In un tempo che consuma ogni slancio vitale sotto il peso delle notifiche, sopravvivere significa spesso anestetizzarsi. L’apatia è diventata una condizione indotta, una forma di adattamento passivo a un mondo che promette connessione e produce isolamento. Ci muoviamo come “animali da divano”, convinti di poter incidere sulla realtà con un clic, mentre fuori continuano a naufragare vite nel Mediterraneo e l’emergenza ambientale resta intrappolata tra titoli e convegni, senza restituirci aria né futuro.
È in questo paesaggio saturo e alienante — una città ridotta a «alveare blu», perennemente illuminata dagli schermi — che si inserisce Ma ci sei tu, brano d’esordio di Madda, vincitrice della sezione interpreti del Concorso Nazionale Premio Giancarlo Bigazzi 2023. Una canzone che non si limita a raccontare una storia d’amore, ma tenta un’operazione più ambiziosa: indicare una via di salvezza possibile dentro la disumanizzazione del presente.
A colpire, prima ancora della musica, è la scelta personale dell’artista. Madda ha diciannove anni e non possiede profili social. Nell’epoca della reperibilità permanente e della vita scomposta in frammenti da quindici secondi, la sua assenza digitale non è nostalgia né rifiuto del tempo che vive, ma un gesto di tutela. La necessità di preservare uno spazio non mediato, non performativo. Una decisione che intercetta una sensibilità sempre più diffusa tra i giovanissimi, ma che interroga soprattutto il mondo adulto: che rapporto stiamo costruendo tra identità, visibilità e valore?
Madda affida tutto alla musica, sottraendosi a quella soggezione costante che — come lei stessa suggerisce — “addormenta il cervello”. Non per sottrazione ideologica, ma per difendere una presenza autentica che non ha bisogno di un feed per esistere. E forse è proprio questo a rendere il suo percorso artistico così emblematico.
Scritta da Marco Falagiani e Valentina Galasso e prodotta da Falagiani con Diego Basso per GB Music, Ma ci sei tu è molto più di una ballata pop. È il racconto di una presenza che diventa punto fermo in un tempo che non si ferma mai. In un mondo che corre, calpesta e divora, l’altro si trasforma nell’unica oasi possibile, nell’unico «mezzo grammo di poesia» capace di opporsi a un’indifferenza ormai sistemica.
La canzone dà voce a una generazione sospesa tra la tentazione di fuggire verso orizzonti da cartolina e la necessità di restare, di “ammazzare le paure figlie della diffidenza”. Un conflitto intimo che diventa politico, perché scegliere di restare umani, oggi, è un atto controcorrente.
«Nel caos della quotidianità moderna c’è sempre più bisogno di un cuore che batte forte e che ci fa sentire vivi al di là di tutto», racconta Madda. «La benzina che lo alimenta è l’amore, che non passa mai di moda, che costruisce intorno a noi un’oasi di tranquillità e sicurezza e che ci rende invincibili davanti agli ostacoli che la vita, con indifferenza, ci pone davanti ogni giorno».
Vincere il Premio Giancarlo Bigazzi senza aver mai ceduto alla dittatura del “mi piace” non è solo un riconoscimento artistico: è un sabotaggio gentile di un sistema che ci vuole prevedibili, iperconnessi e profondamente soli. Un gesto che restituisce alla musica la sua funzione originaria: non ornamento, ma necessità.
Con un’interpretazione che dialoga con la grande tradizione autorale italiana — nobilitata dal nome di Bigazzi — Madda si fa portavoce di un desiderio semplice e radicale: non svegliarsi dal sogno in cui l’altro è presente. Perché solo attraverso una connessione reale, concreta, non mediata, si può sperare di fermare la violenza e cambiare direzione.
Madda, all’anagrafe Maddalena Zecchin, è nata nel 2006 a Camposampiero ed è cresciuta a Cittadella, nel Padovano. Usa il canto come strumento espressivo, privilegiando un approccio diretto e personale alla musica. I suoi riferimenti spaziano tra jazz, pop e R&B. Il suo percorso è orientato alla ricerca di una voce propria, attraverso lo studio e un progressivo distacco dal canto accademico, per costruire un’identità artistica più libera e consapevole. Per lei la musica non è un mezzo per impressionare, ma un’esigenza vitale. E oggi, forse, anche una forma di resistenza civile.
