6 Novembre 2026, venerdì
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Nordio alle toghe: «La riforma non è punitiva e non avrà effetti politici»

All’inaugurazione dell’anno giudiziario di Milano il ministro della Giustizia difende la separazione delle carriere e cerca di minimizzare le tensioni sul referendum di marzo

La separazione delle carriere «non è fatta contro nessuno né a favore di nessuno» e, soprattutto, «non avrà e non deve avere effetti politici». Carlo Nordio sceglie il palcoscenico istituzionale dell’inaugurazione dell’anno giudiziario di Milano per ribadire la sua filosofia della riforma della giustizia voluta dal governo, respingendo le accuse di un disegno punitivo nei confronti della magistratura o di un intervento mirato a riequilibrare i rapporti di forza a favore dell’esecutivo.

Un’interpretazione che il ministro definisce fuorviante. «Guai a pensare che sia una riforma per punire la magistratura o per rafforzare il governo, che non ha bisogno di essere rafforzato», sottolinea. La separazione delle carriere, secondo Nordio, non rappresenta una cesura ma piuttosto il completamento di un percorso avviato con il nuovo codice di procedura penale del 1988, voluto da Giuliano Vassalli, di cui costituirebbe «l’epilogo naturale».

Nel suo intervento, il titolare di via Arenula insiste sul carattere tecnico e ordinamentale della riforma, rivendicandone la coerenza con i principi del giusto processo e negando qualsiasi finalità ideologica. Un messaggio indirizzato tanto alla magistratura — che in larga parte continua a guardare con diffidenza al progetto — quanto all’opinione pubblica, chiamata a esprimersi nel referendum del 22 e 23 marzo.

Sul voto popolare Nordio adotta toni istituzionali e inclusivi: «Se dovessero prevalere i no, accetteremo la volontà popolare». Ma anche in caso di vittoria dei sì, assicura, non ci sarà alcuna deriva punitiva: «Lungi dall’avere intenti persecutori, come qualcuno sostiene, inizieremo subito il giorno dopo a lavorare con la magistratura, con l’avvocatura e con il mondo accademico sulle norme attuative».

Una dichiarazione che punta a rassicurare e a disinnescare uno scontro che, nei fatti, resta aperto. Sarebbe stato sorprendente, del resto, il contrario. E tuttavia, al di là delle parole, il solco con ampi settori della magistratura e del mondo giuridico appare tutt’altro che colmato. Le preoccupazioni sull’equilibrio tra poteri dello Stato, sull’autonomia della funzione requirente e sulle possibili ricadute sistemiche della riforma continuano ad alimentare un dibattito acceso e profondo.

Il referendum, più che una semplice consultazione tecnica, si configura così come un passaggio politico e culturale cruciale, destinato a segnare a lungo il rapporto tra giustizia e politica. E anche se il ministro rivendica l’assenza di effetti politici, è difficile immaginare che l’esito delle urne — qualunque esso sia — non lasci conseguenze rilevanti sul clima istituzionale e sulla fiducia reciproca tra i protagonisti del sistema giudiziario.

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