19 Gennaio 2026, lunedì
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Quando la sicurezza diventa controllo e la libertà un rischio da eliminare

La retorica della paura come strumento politico e il progressivo svuotamento dei diritti

A cura di Gilberto Borzini

Da anni Sicurezza e Libertà vengono presentate come alternative inconciliabili. È una falsa contrapposizione, ma efficace: perché consente di sacrificare la seconda in nome della prima. Solo più tardi — quando i diritti saranno stati erosi e il controllo normalizzato — scopriremo che senza Libertà non esiste alcuna Sicurezza. E a quel punto sarà troppo tardi per tornare indietro.

La Paura è diventata il principale strumento di governo. Viene agitata e sventolata su entrambe le sponde dell’Atlantico, orientando flussi elettorali verso forze che della Sicurezza fanno un marchio identitario, salvo poi esercitare forme di intimidazione e repressione sui propri stessi cittadini, attraverso l’uso crescente di apparati speciali e misure emergenziali permanenti.

Si afferma così una mentalità di tipo questurino, che individua la propria stabilità esclusivamente nella repressione e nell’inasprimento delle pene. Una visione miope che, mentre promette ordine, contribuisce in realtà ad allargare proprio quel disagio sociale che alimenta l’insicurezza: povertà crescente, assenza di prospettive, marginalità strutturale.

La distruzione del lavoro operaio, lo smantellamento progressivo di quello agricolo, l’impoverimento della classe media e la finanziarizzazione dell’economia hanno prodotto un mondo nel quale ogni gesto individuale è monitorato. Tecnologie digitali, intelligenze artificiali, algoritmi e Big Data registrano movimenti, desideri, consumi; i pagamenti vengono tracciati, i comportamenti profilati. Il modello di società che si profila — paradossalmente generato dai discendenti di quell’Illuminismo che fondava la propria visione sulla libertà — assume tratti sempre più inquisitori e repressivi.

È un sistema che risponde a pochissimi centri di potere, fondato su Finanza ed Energia, sul controllo delle risorse e dei flussi, sull’eliminazione del dissenso, sulla criminalizzazione dell’opposizione. Il consumo diventa surrogato esistenziale, lo svago una pratica obbligatoria, l’affettività una merce, mentre scompaiono responsabilità collettive e progetti di lungo periodo.

I segnali di questo mutamento sono evidenti, ma vengono oscurati dal flusso incessante di immagini e notizie che sostituisce la comprensione con la distrazione.

Il modello politico che si afferma è ricorrente e globale: da Gaza a Caracas, fino a lambire la Groenlandia e a investire l’Europa, il refrain è lo stesso. Controllo totale: militare, economico, politico.

Ne derivano la riduzione del welfare, l’assenza di sostegno sociale, l’erosione delle tutele sanitarie per le fasce più fragili, la promozione di stili di vita autodistruttivi, la compressione della popolazione potenzialmente oppositiva, la scomparsa del credito, la centralizzazione estrema delle risorse.

Crescono così periferie disumanizzate, attraversate da una violenza implicita che permea le esistenze e le relazioni. È un conflitto permanente di sopravvivenza che, proprio in quanto tale, viene represso.

Lo spazio diventa digitale, il lavoro da produttivo si trasforma in finanziario, il sistema normativo si moltiplica fino a diventare una rete inestricabile nella quale è facile cadere e difficile pensare, agire, dissentire.

È il cappio che si stringe lentamente attorno al collo di chi invoca Sicurezza, di chi teme l’Altro — che è il suo stesso specchio — e con lui condivide il destino.

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