C’è qualcosa di profondamente tragicomico – e molto contemporaneo – nella scena che arriva da Washington e rimbalza fino a Oslo: una medaglia del Premio Nobel per la Pace che viaggia di mano in mano, carica di storia, simboli e aspettative, salvo poi essere gentilmente ma fermamente ricondotta all’ordine dal regolamento norvegese.
La protagonista è María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, che durante un incontro alla Casa Bianca ha dichiarato di aver “consegnato” a Donald Trump la propria medaglia del Nobel per la Pace. Lo ha raccontato alla Cnn con il tono solenne di chi sa di star compiendo un gesto destinato a entrare nella narrazione epica più che negli archivi notarili.
«Ho consegnato la medaglia al presidente degli Stati Uniti, il Premio Nobel per la Pace», ha detto, per poi allargare l’inquadratura di due secoli e chiamare in causa Simón Bolívar. Machado ha evocato un episodio caro alla mitologia rivoluzionaria latinoamericana: quando, duecento anni fa, il marchese de Lafayette donò a Bolívar una medaglia raffigurante George Washington. Un cimelio che il Libertador avrebbe custodito per tutta la vita.
Il parallelismo è servito. «Duecento anni di storia», ha spiegato Machado, «il popolo di Bolívar consegna all’erede di Washington una medaglia, in questo caso la medaglia del Premio Nobel per la Pace, in segno di riconoscimento per il suo impegno unico a favore della nostra libertà». Il sottotesto è chiaro: più che un passaggio di proprietà, un’investitura morale, un gesto politico ad alta densità simbolica.
Peccato che, a Oslo, qualcuno tenga il conto con una precisione meno poetica.
Il Centro per il Nobel per la Pace ha sentito il bisogno di intervenire per ricordare un principio tanto semplice quanto inflessibile: «Una volta annunciato il Premio Nobel, esso non può essere revocato, condiviso o trasferito ad altri. La decisione è definitiva e vale per sempre». Traduzione: la medaglia può anche cambiare tasca, ma il Nobel no. E Donald Trump, almeno per ora, resta spettatore di una cerimonia che non produce effetti giuridici.
La puntualizzazione non è stata priva di ironia istituzionale. Nei messaggi diffusi sui canali ufficiali, il Centro ha ricordato che non sarebbe la prima volta che una medaglia del Nobel prende strade impreviste. Viene citato il caso di Dmitri Muratov, che mise all’asta la propria medaglia per oltre 100 milioni di dollari, destinando il ricavato ai rifugiati ucraini. E, a ulteriore dimostrazione che anche i Nobel hanno una vita materiale piuttosto movimentata, si segnala che la medaglia esposta al museo di Oslo è in realtà solo in prestito: apparteneva a Christian Lous Lange, primo norvegese a vincere il Nobel per la Pace.
Morale della favola: i simboli possono viaggiare, emozionare, dividere e unire. Ma quando si tratta del Nobel, la storia può essere evocata quanto si vuole; il regolamento, imperturbabile come un fiordo, resta fermo. E la medaglia, per quanto illustri siano le mani che la reggono, non cambia nome sul diploma.
