25 Ottobre 2026, domenica
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Venezuela, la partita dell’oro nero: Trump punta a 50 milioni di barili, Caracas minaccia arresti e chiude le frontiere

Tensione alle stelle dopo il blitz Usa e la cattura di Maduro. Caracas militarizza il Paese, Pechino e Mosca alzano la voce contro Washington

A quattro giorni dall’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, il Venezuela resta al centro di uno scontro geopolitico che va ben oltre i confini dell’America Latina. Mentre l’amministrazione Trump rivendica l’accesso a circa 50 milioni di barili di petrolio venezuelano, Caracas risponde con il pugno di ferro: arresto immediato per chiunque sostenga il blitz americano, militarizzazione delle infrastrutture strategiche e poteri straordinari alla nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez. Sullo sfondo, la dura reazione della Cina, principale acquirente del greggio venezuelano, che accusa Washington di violare il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato indipendente.

Caracas stringe la morsa: esercito nelle strade e poteri d’emergenza

Secondo quanto riportato dal New York Times, le autorità venezuelane hanno ordinato alle forze di sicurezza di “cercare e catturare immediatamente” chiunque appoggi l’azione armata statunitense del 3 gennaio. La direttiva rientra in un’ordinanza di emergenza della durata di 90 giorni, già annunciata da Delcy Rodríguez, ex fedelissima di Maduro, oggi alla guida del Paese dopo la sua cattura.

Il provvedimento – non ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ma già diffuso nei circuiti mediatici interni – porta una firma che fa discutere: quella dello stesso Maduro, pur menzionando ufficialmente il suo arresto da parte delle forze americane. Un dettaglio che alimenta il clima di confusione istituzionale e di forte tensione politica.

Il testo impone il dispiegamento delle forze armate su tutto il territorio nazionale e lungo i confini, affidando ai militari il controllo temporaneo dell’industria petrolifera, delle infrastrutture energetiche e di altri servizi pubblici essenziali. Una misura che, secondo analisti locali, non rappresenta una novità assoluta nella prassi venezuelana, ma che assume un peso diverso nel contesto attuale.

L’articolo più controverso è il quinto, che autorizza le polizie nazionali, statali e municipali ad arrestare chiunque sia sospettato di aver promosso o partecipato all’operazione statunitense. Alla presidente ad interim vengono inoltre attribuiti poteri straordinari: limitare l’ingresso nel Paese, chiudere le frontiere e sospendere diritti fondamentali come la libertà di riunione, di protesta e di movimento.

Secondo il Washington Post, nella giornata di lunedì 14 giornalisti di diverse testate sono stati fermati e poi rilasciati dopo ore di interrogatori e controlli approfonditi sui loro dispositivi elettronici. Un segnale chiaro del clima che si respira a Caracas.

L’oro nero e la reazione di Pechino

La vera posta in gioco, però, resta il petrolio. Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti intendono ottenere circa 50 milioni di barili di greggio venezuelano, una risorsa che per anni Caracas aveva negato a Washington. Una mossa che riapre il mercato venezuelano agli Usa e che rischia di ridisegnare gli equilibri energetici nella regione.

È proprio su questo punto che si concentra la dura reazione della Cina. Pechino, destinataria fino a pochi giorni fa di circa il 90% della produzione petrolifera venezuelana, vede con crescente preoccupazione il ritorno diretto del rivale americano. Il ministero degli Esteri cinese ha ribadito che il Venezuela è “uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle proprie risorse naturali e sulle proprie attività economiche” e ha messo in guardia Washington: la pressione esercitata in nome della Dottrina Monroe “non porterà pace”.

Il portavoce Mao Ning ha parlato senza mezzi termini di violazione del diritto internazionale: le richieste americane, ha detto, “ledono la sovranità del Venezuela e minacciano i diritti del suo popolo”. Pechino rivendica la legittimità della propria partnership con Caracas, definita una cooperazione tra Stati sovrani, protetta dalle leggi internazionali, e chiede che i propri interessi nel Paese siano salvaguardati.

Ancora più dura la condanna delle indiscrezioni secondo cui Trump avrebbe intimato a Delcy Rodríguez di recidere ogni legame con Cina, Russia, Iran e Cuba. “L’uso sfacciato della forza e la pretesa di disporre delle risorse petrolifere altrui secondo il principio ‘America First’ – ha aggiunto Mao Ning – costituiscono un tipico atto di prepotenza”.

La pressione della Casa Bianca e lo spettro di un nuovo intervento

Nel frattempo, dagli Stati Uniti arrivano ulteriori segnali di pressione. Secondo la testata Axios, l’amministrazione Trump starebbe chiedendo al governo ad interim venezuelano di espellere dal Paese tutti i presunti agenti dei servizi segreti di Cina, Russia, Cuba e Iran. La misura, precisano fonti americane, non riguarderebbe il personale diplomatico ufficiale.

Trump ha più volte avvertito che un mancato allineamento di Caracas alle richieste di Washington potrebbe aprire la strada a una seconda operazione militare. Una minaccia che alimenta l’instabilità in un Paese già allo stremo e trasforma il Venezuela in uno dei principali teatri dello scontro globale tra grandi potenze, dove il petrolio resta l’arma più potente – e contesa – sul tavolo della geopolitica.

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