A cura di Daniele Cappa
È morta Brigitte Bardot. Aveva 91 anni. A darne notizia è stata la Fondazione che porta il suo nome, chiudendo definitivamente la parabola terrena di una delle figure più iconiche, contraddittorie e dirompenti del Novecento europeo.
Brigitte Anne-Marie Bardot, per il mondo semplicemente BB: due iniziali bastate a definire un’epoca, un immaginario, una frattura culturale. Attrice, cantante, musa, scandalo vivente, Bardot è stata molto più di una diva. «Sono stata molto felice, molto ricca, molto bella, ma anche molto famosa e molto infelice», aveva detto di sé. In questa frase è racchiuso il senso di una vita vissuta a velocità vertiginosa, tra i quindici e i quarant’anni, consumata sotto lo sguardo incessante del pubblico e dei media.
Alla vigilia dei quarant’anni, in un’epoca in cui per una donna l’età era una condanna, Brigitte Bardot compì il gesto più radicale della sua carriera: si ritirò completamente dalle scene. Era il 1974. Un addio definitivo, senza ritorni, che la cristallizzò per sempre nell’icona sensuale e ribelle dei suoi vent’anni, sottraendola al tempo e al declino.
Eppure Bardot non è mai scomparsa davvero. Dal suo ritiro nella tenuta della Madrague, a Saint-Tropez, trasformata negli anni in una sorta di arca di Noè, ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico, spesso con toni duri e divisivi. Le sue battaglie si sono concentrate sulla difesa dei diritti degli animali, causa alla quale ha dedicato ogni energia fondando la Fondation Brigitte Bardot, finanziata anche mettendo all’asta i suoi gioielli. Accanto a questo impegno, non sono mancate prese di posizione contro l’Islam francese e le pratiche rituali di macellazione halal, così come una dichiarata vicinanza a settori della destra radicale e un’amicizia mai nascosta con la famiglia Le Pen. Negli ultimi anni aveva attaccato più volte il presidente Emmanuel Macron e sostenuto i gilet gialli.
La sua carriera resta impressionante: oltre quaranta film, settanta canzoni, sei album discografici. Numeri che, paradossalmente, sembrano secondari rispetto all’impatto simbolico che Bardot ha avuto sulla cultura occidentale. Ha lavorato con registi come Roger Vadim, Louis Malle, Jean-Luc Godard, contribuendo a ribaltare l’immagine femminile nel cinema europeo. Con E Dio creò la donna (1956), il film che la rese famosa, portò sullo schermo una giovane donna sessualmente libera, istintiva, “naturale”, che i Cahiers du cinéma accolsero come un manifesto.
Nata a Parigi il 28 settembre 1934, figlia di un ricco industriale, Bardot ebbe un’infanzia segnata da un rapporto difficile con una madre severa, che riversò su di lei le proprie ambizioni artistiche mancate. Avviata giovanissima alla danza, a quindici anni era già iscritta al Conservatorio di Parigi quando un contratto da indossatrice la portò sulle copertine di Elle. «Una fotografia è un istante di vita catturato per l’eternità», dirà più tardi. Quelle immagini furono il suo passaporto per il cinema.
Fu il regista Marc Allégret a notarla e a farla contattare dal suo assistente Roger Vadim: tra i due fu colpo di fulmine. Si sposarono nel 1952, due mesi dopo la maggiore età di Brigitte, contro il volere della famiglia. I primi film furono modesti, ma la sua presenza magnetica oscurava dive affermate come Sophia Loren e Gina Lollobrigida, soprattutto nelle apparizioni sulla Croisette, tra bikini e mise provocatorie.
Il successo internazionale arrivò con E Dio creò la donna, seguito da film popolari come La ragazza del peccato accanto a Jean Gabin. Negli anni Sessanta Bardot lavorò con Clouzot (La verità), Louis Malle (La vita privata), e soprattutto con Godard in Il disprezzo, tratto da Moravia, girato tra Capri e Cinecittà. Un film mutilato e rimaneggiato dal produttore Carlo Ponti nella versione italiana, ma diventato nel tempo un classico assoluto del cinema moderno. Con Godard girò anche Viva Maria! accanto a Jeanne Moreau, confermando la sua capacità di oscillare tra sensualità e ironia.
Parallelamente al cinema, Bardot fu protagonista anche della musica. Con Serge Gainsbourg incise brani diventati cult come Bonnie and Clyde, Comic Strip e Je t’aime… moi non plus, in un sodalizio artistico e sentimentale che scandalizzò l’Europa. Il matrimonio con il playboy tedesco Gunter Sachs non resse alla tempesta mediatica. Il quarto e ultimo matrimonio, nel 1992, fu con Bernard d’Ormale, esponente del Front National.
La sua vita privata fu segnata da relazioni tumultuose, dalla maternità sofferta – il rapporto con il figlio Nicolas fu complesso e doloroso – e da una fragilità emotiva che la portò più volte a tentare il suicidio. Tutto di lei era esposto, consumato, giudicato.
Dopo aver rifiutato un film di James Bond, girò ancora titoli come La via del rhum con Lino Ventura e Le pistolere con Claudia Cardinale, prima dell’addio definitivo al cinema. Nel 1974, poco prima dei quarant’anni, annunciò il ritiro. Nello stesso anno posò in topless per Playboy: un ultimo gesto di sfida prima del silenzio.
«BB è morta. Era solo un’immagine. Ora sono un’altra persona», disse alla vigilia degli ottant’anni. Forse aveva ragione. Ma quell’immagine – libera, sensuale, indomabile – non ha mai smesso di parlare al mondo.
Con la morte di Brigitte Bardot se ne va una donna che ha incarnato la modernità, nel bene e nel male. Un mito che ha scelto di fermarsi prima che il tempo la tradisse, lasciando dietro di sé un’icona eterna.
