25 Settembre 2026, venerdì
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Scavi clandestini e traffico di reperti: smantellata una rete che saccheggiava i tesori archeologici della Calabria

Undici misure cautelari tra Calabria e Sicilia: una struttura criminale specializzata depredava siti come Scolacium, Kaulon e Capo Colonna, con il sostegno della cosca Rena di Isola Capo Rizzuto.

Un’organizzazione capillare, specializzata e radicata sul territorio, capace di saccheggiare alcuni dei più importanti giacimenti archeologici della Calabria per immettere sul mercato clandestino reperti di inestimabile valore storico. È lo scenario emerso dall’operazione eseguita questa mattina dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale di Catanzaro, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia catanzarese.

Undici le misure cautelari eseguite tra Calabria e Sicilia: due arresti in carcere e nove ai domiciliari. Contestualmente sono state effettuate dodici perquisizioni nelle province di Crotone, Catania e Messina, con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma e dell’unità Elicotteri di Vibo Valentia. In totale, oltre ottanta militari sono stati impegnati nell’operazione.

Una rete che alimentava il mercato clandestino dell’archeologia

Le indagini, avviate nel 2022 e concluse nel 2024 dal Nucleo TPC di Cosenza, hanno preso le mosse dall’individuazione di numerosi scavi clandestini in aree archeologiche sensibili. Un filo rosso ha condotto gli investigatori ai siti di Scolacium, Kaulon (Monasterace, RC) e Capo Colonna (Crotone), oltre che a terreni privati nel Crotonese.

Gli accertamenti hanno ricostruito l’esistenza di una vera catena del crimine: scavatori di professione, intermediari, ricettatori esperti e conoscitori del mercato internazionale dei beni culturali. Una spartizione dei ruoli meticolosa, in grado di generare profitti rilevanti e sostenuta da precauzioni sofisticate: comunicazioni ridotte al minimo, uso di linguaggi in codice, canali difficili da intercettare e dispositivi per eludere i controlli.

Le attività illecite sono state documentate attraverso intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali, oltre a riprese video e sequestri.

La cosca Rena dietro le quinte

Il quadro investigativo ha evidenziato come la rete criminale operasse anche per agevolare la cosca Rena, articolazione del più noto clan di Isola Capo Rizzuto. Il traffico di reperti non era solo una fonte di guadagno, ma anche un mezzo per consolidare il controllo territoriale, ampliando l’influenza mafiosa sulle aree oggetto degli scavi.

Secondo la DDA, si tratta di una forma “parallela” di criminalità organizzata: meno appariscente rispetto ai tradizionali traffici mafiosi, ma altrettanto lucrativa, favorita dalla presenza in Calabria di un patrimonio archeologico vasto, prezioso e spesso poco protetto.

Al vertice dell’organizzazione sono individuati due promotori, entrambi residenti in provincia di Crotone, descritti come appassionati di archeologia e profondi conoscitori delle aree da depredare. Sono loro – secondo gli inquirenti – ad aver programmato, diretto e partecipato agli scavi clandestini, garantendo continuità all’intera filiera del traffico illecito.

Il contributo degli enti di tutela

Alle indagini hanno collaborato la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Catanzaro e Crotone e la Direzione Regionale Musei Calabria, fornendo supporto tecnico nella valutazione dei reperti e nella ricostruzione dei siti depredati.

Gli inquirenti sottolineano come questo genere di reati rappresenti una ferita aperta per territori ricchissimi di vestigia antiche, costantemente minacciati da un mercato clandestino internazionale che sottrae beni destinati alla collettività.

La fase processuale

Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati vige il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

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