3 Ottobre 2026, sabato
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Ercolano, la sentenza sulla fabbrica di fuochi esplode in aula: la rabbia dei familiari travolge il tribunale

Condannati a 17 anni e 6 mesi i datori di lavoro e a 4 anni il fornitore della polvere da sparo. L’aula del Tribunale di Napoli precipita nel caos: urla, arredi rovesciati e il tentativo dei parenti delle vittime di avvicinarsi ai giudici, fermati dalla polizia.

La tensione, già palpabile all’ingresso, è deflagrata nell’aula del Tribunale di Napoli pochi istanti dopo la lettura della sentenza. Era atteso da mesi il verdetto sullo scoppio della fabbrica abusiva di fuochi d’artificio di Ercolano, avvenuto il 18 dicembre 2024, un’esplosione che costò la vita alle gemelle Sara e Aurora Esposito, ventisei anni, e a Samuel Tafciu, diciotto.

Il giudice per l’udienza preliminare ha inflitto 17 anni e 6 mesi di reclusione ai datori di lavoro e 4 anni al fornitore della polvere da sparo, ritenuto responsabile di aver alimentato quella catena di irregolarità culminata nella tragedia. Una decisione che, per i familiari delle vittime, è apparsa da subito troppo lieve. E la loro protesta è diventata, in pochi istanti, una vera esplosione di dolore.

Sedie e scrivanie ribaltate, urla che rimbombano tra i banchi, il tentativo di avvicinarsi ai giudici bloccato dall’intervento immediato di agenti e carabinieri. Nel fugace parapiglia, più di un parente ha accusato un malore, rendendo necessario l’arrivo dei sanitari. Una scena di sofferenza acuta e incontrollata, specchio di una ferita che la sentenza non ha affatto ricucito.

“Diciassette anni per tre morti non è giustizia”, hanno gridato uscendo dall’aula, rivolgendosi anche ai familiari degli imputati. Una frase ripetuta come un mantra, con la voce incrinata dalla rabbia e dalla disperazione. “Non dormiamo più – hanno raccontato – siamo finiti dallo psicologo per il dolore di non poterli più baciare”.

Il dolore, però, non è bastato a evitare il confronto fisico. Più volte alcuni parenti delle vittime hanno cercato di avvicinare l’altro gruppo, fermati di forza dagli agenti che hanno impedito che lo scontro degenerasse.

Tra i più provati c’era Kadri Tafciu, padre di Samuel, il ragazzo morto mentre lavorava nella fabbrica clandestina. Lo sguardo fisso a terra, la voce spezzata, ha commentato la sentenza senza nascondere la delusione: “Diciassette anni di carcere non sono giustizia. Lì c’è scritto che la legge è uguale per tutti, ma non è vero”.

L’uomo ha raccontato anche di aver subito offese da parte dei parenti degli imputati: “Mi sono state rivolte ingiurie. Nonostante tutto, ho cercato di mantenere la calma, ma era impossibile restare indifferente”.

A quasi un anno dall’esplosione che ha distrutto una fabbrica e tre giovani vite, il processo in abbreviato si chiude con un verdetto severo ma ritenuto, dai familiari delle vittime, insufficiente a restituire quel senso di equità che chiedono da mesi.

In tribunale resta l’eco delle urla, sulle panchine la memoria di una mattinata che ha trasformato un’aula di giustizia in una camera del dolore. E sullo sfondo, la domanda che perseguita da dicembre i genitori delle vittime: come si misura la giustizia quando la perdita è senza ritorno?

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