13 Giugno 2026, sabato
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Il nuovo rebus del delitto di Garlasco: la perizia sul Dna riapre scenari, ma non dà certezze

Il materiale genetico rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi risulta compatibile con la linea maschile della famiglia Sempio, ma gli esperti frenano: tracce troppo deboli per identificare un individuo. Un tassello che alimenta interrogativi senza scioglierli.

La vicenda giudiziaria del delitto di Garlasco, uno dei casi più controversi e discussi della cronaca nera italiana, torna a imporsi con un nuovo elemento scientifico che promette di riaprire dibattiti e analisi, senza però offrire l’approdo risolutivo che per anni familiari, investigatori e opinione pubblica hanno atteso.

Nel corso dell’incidente probatorio è stata depositata una nuova perizia genetica che riguarda le tracce biologiche rinvenute sotto le unghie di Chiara Poggi, la giovane uccisa nella sua abitazione il 13 agosto 2007. Si tratta di un reperto già oggetto di valutazioni negli anni, tornato oggi al centro dell’attenzione grazie ai più aggiornati strumenti di analisi a disposizione della genetica forense.

Secondo il documento, il profilo genetico analizzato mostra compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio, già citata nel percorso investigativo sin dalle prime fasi dell’inchiesta. Una compatibilità, precisano però gli esperti, che riguarda l’aplotipo maschile e dunque una linea genetica condivisa da più individui dello stesso ramo familiare. In altre parole, la traccia non consente in alcun modo di circoscrivere la paternità del Dna a una persona specifica all’interno di quella famiglia.

A chiarirlo è la genetista Denise Albani, autrice dell’analisi, che nella relazione parla di «aplotipi misti parziali», una formula tecnica che racchiude i limiti intrinseci del materiale esaminato. Le tracce trovate sotto le unghie della vittima, infatti, si presentano in quantità ridotta e in condizioni tali da non permettere una lettura completa e univoca. Gli algoritmi biostatistici applicati indicano un sostegno definito «moderatamente forte/forte e moderato» alla compatibilità genetica, ma si tratta di un livello che, nella scienza forense, non raggiunge la soglia dell’affidabilità assoluta richiesta per un’identificazione.

La perizia prosegue sottolineando come l’esito non possa essere utilizzato per attribuire responsabilità individuali né per escludere altre possibili origini della traccia. In sostanza, il dato scientifico esiste, è rilevante, ma non è decisivo. È un frammento, non la chiave. Un elemento che allarga lo sguardo senza chiuderlo.

Questa nuova valutazione si inserisce in un percorso giudiziario complesso, segnato da processi, sentenze, annullamenti e continui ritorni sugli stessi nodi investigativi. Ogni tassello assume perciò un peso specifico che va oltre il suo valore intrinseco: ogni dettaglio potrebbe sembrare la svolta, ogni perizia la possibile soluzione. Eppure, anche questa volta, gli esperti mettono in guardia da letture affrettate. La scienza, con il rigore che la contraddistingue, avanza sì, ma non sempre può correre.

Il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi resta dunque un segnale debole, un’informazione che orienta ma non indica, che suggerisce ma non determina. Un risultato che porta ancora una volta il caso di Garlasco sul crinale sottile tra verità processuale e verità scientifica, tra attese pubbliche e limiti tecnici, lasciando aperte domande che da diciotto anni cercano una risposta definitiva.

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