Alessandro Zan non usa giri di parole. Per il componente della segreteria nazionale del Partito Democratico ed europarlamentare, la scelta del governo Meloni di subordinare l’educazione sessuale al consenso delle famiglie rappresenta un passo indietro culturale e sanitario, prima ancora che politico. Una misura che, secondo il dem, tradisce la realtà quotidiana dei più giovani, che vivono in un ecosistema digitale dove la sfera sessuale è già accessibile, spesso distorta, raramente sicura.
“Il governo Meloni vuole trasformare l’educazione sessuale in un optional, da concedere solo se i genitori danno il via libera. È una scelta assurda: le ragazze e i ragazzi hanno diritto a essere informati”, attacca Zan, convinto che la scuola resti il primo presidio di conoscenza, tutela e prevenzione. Il timore, sottolinea, è che la rinuncia a programmi strutturati e scientificamente fondati non impedisca l’accesso alle informazioni, ma lo sposti verso territori incontrollati: “Di certo non aspetteranno l’ok dei genitori per cercare informazioni sulla sessualità in rete o sui social, esponendosi a distorsioni, stereotipi e violenza, con il forte rischio di incorrere in malattie sessualmente trasmissibili”.
Per Zan, l’educazione sessuo-affettiva non è un capitolo accessorio dell’apprendimento, bensì un pilastro riconosciuto dalla comunità internazionale per costruire consapevolezza, responsabilità e benessere. Una formazione che, spiega, permette di affrontare i mutamenti fisici ed emotivi dell’adolescenza con strumenti adeguati, contrastando disinformazione, pregiudizi e abusi.
Il parlamentare dem ribadisce che arretrare su questo fronte significa lasciare i giovani soli davanti a un tema che incide sulla loro salute, sul loro sviluppo e sulle loro relazioni. E avverte: privare la scuola di un ruolo attivo non elimina la domanda di conoscenza, semplicemente la rende più vulnerabile.
