30 Novembre 2025, domenica
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«Vendita sotto ombra»: Misiani (Pd) accende i riflettori sull’operazione MPS-Mediobanca e chiede risposte al ministro Giorgetti

Antonio Misiani (Pd) denuncia opacità e interferenze nell’operazione MPS-Mediobanca e chiede chiarezza parlamentare immediata

Nel giorno in cui emergono notizie giudiziarie che gettano un’ombra inquietante sull’operazione MPS-Mediobanca, Antonio Misiani, responsabile Economia del Partito Democratico, tira fuori tutta la gravità della vicenda con una dichiarazione netta e senza mezze misure. Le notizie pubblicate oggi, osserva Misiani, delineano un quadro «estremamente preoccupante» sul modo in cui è stata condotta la vendita della quota pubblica di Monte dei Paschi di Siena.

Secondo la ricostruzione richiamata dal deputato dem, l’inchiesta della Procura di Milano punta il dito su una gestione che appare «opaca»: contatti, pressioni e interferenze che, sempre nel racconto al centro dell’attenzione pubblica, avrebbero contribuito a orientare l’operazione verso una cordata ritenuta gradita al governo guidato da Giorgia Meloni. Le intercettazioni riportate dalla stampa, sottolinea Misiani, segnerebbero un coinvolgimento anomalo del ministero dell’Economia e delle Finanze e del Tesoro, con il risultato — secondo la denuncia — di favorire un gruppo di investitori selezionati e di condizionare, persino, la governance stessa della banca.

La gravità delle accuse non sta solo nei dettagli tecnici dell’operazione finanziaria, prosegue Misiani: «Non siamo di fronte a una normale operazione di mercato, ma a una vicenda che mette seriamente in discussione la trasparenza delle istituzioni e la correttezza delle procedure con cui lo Stato gestisce asset di interesse nazionale». È una formula che richiama una questione più ampia: quando lo Stato entra nell’alveo delle grandi operazioni bancarie legate a patrimoni pubblici, la correttezza delle procedure non è una questione formale, ma una condizione di legittimazione dell’azione pubblica stessa.

Misiani ricorda che quanto sta emergendo «è esattamente ciò che avevamo denunciato nei mesi scorsi in Parlamento e sugli organi di informazione»: un presunto interventismo politico piegato a logiche di parte e di potere, che avrebbe prevalso rispetto ai principi della tutela della concorrenza e dell’interesse pubblico. L’accusa, netta, è di un’azione politica orientata non alla massimizzazione dell’interesse collettivo, ma alla soddisfazione di interessi ristretti.

Alla magistratura — riconosce il deputato — va lasciato lo spazio per proseguire le indagini senza interferenze. Ma sul piano politico, avverte Misiani, non possono sussistere ambiguità: «Il ministro Giorgetti venga subito in Parlamento e riferisca con la massima chiarezza e completezza su ogni passaggio dell’operazione». La richiesta è ferma: il Paese ha diritto di conoscere i fatti e le responsabilità, e non può essere lasciato nella nebulosa di un’operazione condotta «fuori da ogni trasparenza».

La dichiarazione combina la lucidità dell’analisi politica con l’urgenza democratica di ottenere chiarimenti pubblici. Misiani non si limita a denunciare: chiede atti concreti — l’audizione parlamentare del ministro competente — e sottolinea il principio che la gestione degli asset pubblici richiede procedure limpide, tracciabili e sottoposte al controllo degli organi costituzionalmente deputati.

Il richiamo alla trasparenza non è un vezzo retorico, ma la cifra di una critica che mira a salvaguardare la fiducia pubblica. Quando – come nel caso di una banca con profonde radici nel sistema economico e sociale del Paese — si muovono rilevanti interessi pubblici, la politica ha il dovere di spiegare, di rendere conto e di assicurare che le scelte non siano frutto di logiche di potere. È questo il nodo che Misiani pone al centro del dibattito politico: non solo quale sia stato l’esito dell’operazione, ma come e perché certe scelte siano state prese.

La richiesta di chiarezza si pone quindi su due piani paralleli e complementari: il piano giudiziario, dove la Procura di Milano esercita la propria funzione investigativa, e il piano politico-istituzionale, dove il Parlamento deve interrogare i ministri e ricostruire le scelte pubbliche. Per Misiani, entrambe le dimensioni sono imprescindibili: la magistratura deve svolgere il suo lavoro, ma il confronto politico non può essere rinviato né ridotto a mere dichiarazioni di facciata.

Con la sua dichiarazione, il responsabile Economia del Pd rilancia inoltre una questione di metodo che travalica l’episodio specifico: la gestione da parte dello Stato di partecipazioni e beni strategici richiede regole chiare, meccanismi di controllo robusti e una comunicazione pubblica che renda conto delle motivazioni e delle alternative valutate. Senza questi presupposti, avverte implicitamente Misiani, si rischia di lasciare spazio a sospetti che minano la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini.

La conclusione della nota è una chiamata all’azione: trasparenza immediata, audizione in Parlamento del ministro competente, e piena disponibilità a seguire l’evoluzione dell’inchiesta giudiziaria. In una fase in cui i temi della governance bancaria e del ruolo dello Stato nell’economia tornano a essere al centro del dibattito pubblico, la richiesta di chiarimenti formulata da Misiani segnala una tensione non solo politica ma istituzionale, destinata a misurare la capacità delle istituzioni di rispondere in modo chiaro e convincente alle perplessità che emergono dall’inchiesta.

Senza delegare il giudizio definitivo alla politica — che non deve sostituirsi alla magistratura — la dichiarazione pone un termine preciso: il Paese ha diritto di sapere «perché e come» una vicenda così delicata sia stata condotta «fuori da ogni trasparenza». È una formula che chiama in causa responsabilità, procedure e, in ultima analisi, il rapporto tra potere pubblico e interesse collettivo.

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