Le immagini di Cormons e di Versa hanno attraversato il Paese con la forza improvvisa delle notizie che non si vorrebbero mai vedere. In pochi giorni il Friuli-Venezia Giulia, terra di confine e di resilienze profonde, è tornato sulle prime pagine nazionali. Un piccolo mondo di montagna, colline e mare che, nelle parole di molti, sente oggi il bisogno di essere nuovamente “pensato”, protetto, sostenuto da una visione comune.
È un richiamo che rievoca quello dei giorni della ricostruzione post-terremoto del 1976, quando dai territori feriti nacque un modello di intervento comunitario diventato riferimento nazionale. Oggi, mentre si piangono le vittime e si assiste alla forza dei sopravvissuti, quel modello torna come necessità: un piano integrato, moderno e stabile, che ricomponga pezzi di una sicurezza percepita come fragile.
A dare voce a questa urgenza è Eva Pascoli, presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia, che lancia un appello diretto alle Aziende sanitarie regionali: creare équipe di emergenza formate appositamente per affrontare il trauma psicologico nelle prime ore e nei primi giorni dopo l’evento critico.
“Dal punto di vista psicologico – afferma Pascoli – è sempre più necessario e urgente che ogni Azienda sanitaria disponga di un gruppo di psicologi preparati agli interventi in emergenza. Il primo soccorso psicologico, il defusing, il debriefing, il lavoro sul trauma e la psicoeducazione sulle reazioni traumatiche non sono attività accessorie. Sono strumenti di prevenzione, indispensabili per sostenere la popolazione e i soccorritori, e per attivare le risorse necessarie ad affrontare una crisi.”
Un appello che arriva nel giorno in cui l’Ordine organizza a Udine, all’Hotel Astoria Italia, un evento interamente dedicato al trauma e alle sue molte forme.
Il trauma come eredità e come responsabilità collettiva
A guidare il confronto è anche la voce di Federica Parri, consigliera dell’Ordine e referente per la Formazione. Nell’attuale contesto, osserva Parri, parlare di trauma significa affrontare una dimensione ben più vasta del singolo episodio.
“Eventi traumatici recenti o passati, individuali o collettivi, dalle perdite improvvise alle catastrofi umane fino alle guerre, anche quando lontani, possono imprimersi per generazioni nella memoria individuale e sociale. Nel mondo dei flussi migratori – aggiunge – molte persone portano con sé la loro cultura ma anche le loro ferite, che entrano in dialogo con la nostra società. Il trauma è una trama globale: riguarda noi come comunità, come professionisti, come esseri umani.”
Le parole di Parri mettono a fuoco una questione strategica: la necessità di servizi capaci non solo di curare, ma anche di integrare, prevenire, comprendere. In un Friuli-Venezia Giulia che da decenni vive il ruolo di crocevia culturale e geopolitico, la dimensione psicologica di ciò che accade non può essere confinata alla sfera individuale. Ha effetti collettivi, sociali, talvolta politici.
“Promuovere la cultura della cura”: l’impegno dell’Ordine
La presidente Pascoli insiste su un punto: di fronte agli eventi che scuotono il territorio, non basta la constatazione del dolore. Occorre una presa in carico più ampia.
“Come Ordine professionale – afferma – abbiamo un dovere etico: promuovere la cultura della cura. Questi fatti interrogano ciascuno di noi, come cittadini e come professionisti. Dobbiamo riflettere sull’impatto psichico e relazionale che questi scenari generano non solo nelle persone direttamente coinvolte, ma sull’intera comunità, che ne porta le conseguenze.”
Per questo Pascoli invoca reti sociali di sostegno, programmi educativi, iniziative di supporto comunitario e politiche che affrontino la dimensione collettiva del trauma, lavorando in sinergia. Una visione che richiama i modelli dell’emergenza psicologica internazionale, in cui competenze tecniche e partecipazione civica diventano parti inscindibili dello stesso intervento.
Muggia, un dolore che interroga il sistema
Nella stessa nota, la presidente non evita un riferimento al dramma familiare che si è consumato nei giorni scorsi a Muggia, vicenda che ha sconvolto l’intera regione.
“La morte di un bambino – afferma – è un evento che tocca tutti. Il modo in cui questo avviene è un dolore pieno di interrogativi e di paura. La giustizia farà il suo corso, ma la dimensione psicosociale ha un altro compito: esplorare i processi, capire cosa possa non aver funzionato, anche quando un sistema cerca di garantire sicurezza. L’obiettivo non è trovare un colpevole, ma far funzionare meglio il sistema.”
È una distinzione netta, che riporta il discorso nel campo dell’analisi e della responsabilità pubblica. Le tragedie familiari – ricorda Pascoli – hanno spesso origini complesse, stratificate, difficili da leggere con gli strumenti ordinari. Per questo è essenziale che i servizi siano preparati, coordinati, formati per intercettare i segnali prima che sia troppo tardi.
Una regione che chiede ascolto
Questi giorni segnano, per il Friuli-Venezia Giulia, un momento di verità. Le ferite aperte a Cormons, Versa e Muggia mostrano un territorio che, pur forte nella sua identità, porta in superficie fragilità che richiedono risposte strutturate.
C’è la resilienza delle comunità, c’è la capacità di reagire che il Friuli ha dimostrato in passato, c’è la volontà di molti operatori e amministratori. Ma, come sottolineano psicologhe e psicologi, serve un salto di qualità: una strategia di lungo periodo che riconosca la centralità del benessere psicologico come parte integrante della sicurezza e della protezione civile.
Perché i traumi, quando non trovano una risposta adeguata, non svaniscono. Restano. Cambiano volto. Si intrecciano con la vita delle persone e con quella delle comunità. E possono segnare un’epoca.
È a questo che l’appello di Eva Pascoli chiede di guardare: a un Friuli-Venezia Giulia che non vuole soltanto reagire agli eventi, ma vuole prepararsi, proteggersi, crescere. Perché un territorio che sa prendersi cura delle proprie ferite è un territorio che sa costruire il proprio futuro.
