La bufera che nelle ultime settimane ha investito “È sempre Cartabianca” ha assunto una dimensione giudiziaria. L’UCEI, Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha infatti presentato una denuncia per istigazione all’odio razziale contro Enzo Iacchetti, accusandolo di aver utilizzato in televisione espressioni riconducibili alla propaganda antisemita. Una vicenda complessa che ripropone il tema dei confini del dibattito pubblico, ma che lascia interdetti quanti, anche nel mondo dello spettacolo e dell’informazione, conoscono personalmente il comico.
Chi ha avuto modo di lavorare con Iacchetti o di frequentarlo al di fuori dei riflettori ne descrive da sempre un ritratto diametralmente opposto rispetto alle accuse odierne: un uomo gentile, generoso, profondamente umano, privo di qualsiasi inclinazione all’odio e, tanto meno, a posizioni antisemite. Anche per noi che lo conosciamo da tempo, apprendere dell’esistenza di questa querela ha avuto l’effetto di una doccia fredda. Seguiremo da vicino ogni sviluppo della vicenda, con il consueto auspicio che la complessità del confronto pubblico non travolga le persone e che prevalgano, come sempre, amore e pace.
Secondo la bozza della denuncia, depositata nelle ultime ore, Iacchetti avrebbe pronunciato più volte dichiarazioni giudicate dall’UCEI oltre il limite della critica politica, durante alcune sue partecipazioni al talk show condotto da Bianca Berlinguer su Rete 4. Nel documento vengono citati interventi definiti “violenti nei toni”, ma soprattutto un episodio avvenuto in una puntata di novembre 2025.
Commentando l’appello di Papa Francesco contro la recrudescenza dell’antisemitismo, Iacchetti avrebbe sostenuto che l’antisemitismo non esisterebbe se non come fenomeno “creato dagli stessi sionisti”. Una frase che, secondo l’UCEI, veicolerebbe una narrazione storicamente utilizzata – e distorta – in chiave propagandistica. Pochi minuti dopo, sempre secondo l’atto, sarebbe arrivata la dichiarazione giudicata più grave: il riferimento a un presunto controllo esercitato dal “sionismo” sulla politica mondiale, sugli Stati Uniti e sui sistemi bancari, compresi gli istituti svizzeri. Espressioni che l’UCEI accosta, nelle sue motivazioni, ai cliché della propaganda nazionalsocialista.
La denuncia richiama inoltre un precedente scontro televisivo che aveva diviso l’opinione pubblica: quello tra Iacchetti ed Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele. Un momento di forte tensione, tornato virale sui social proprio mentre esplodeva questa nuova polemica. Nel video si vede il comico perdere il controllo, insultare l’interlocutore e minacciarlo fisicamente durante un confronto sui numeri del conflitto a Gaza. Pur non essendo l’episodio centrale della querela, l’UCEI lo considera indicativo di una crescente radicalizzazione dei toni.
Un capitolo della denuncia riguarda anche il contesto televisivo in cui quelle affermazioni sono state pronunciate. L’UCEI segnala infatti che né gli ospiti né la conduttrice avrebbero preso le distanze in diretta, lasciando che tali concetti circolassero senza alcuna contestualizzazione o contraddittorio. Una “mancanza di argine” che, a giudizio dell’Unione, avrebbe amplificato la portata delle dichiarazioni, creando un terreno fertile per messaggi idonei a generare ostilità verso il popolo ebraico.
Ora la vicenda passa alla magistratura. L’ipotesi di reato contestata è quella prevista dall’articolo 604-bis del codice penale, la propaganda di idee fondate sull’odio razziale. Le pene previste arrivano fino a un anno e sei mesi di reclusione o a una multa massima di 6mila euro.
Iacchetti, che nei giorni successivi allo scoppio delle polemiche aveva tentato di chiarire pubblicamente la sua posizione senza tuttavia scusarsi, non ha rilasciato per ora dichiarazioni. È possibile che nelle prossime ore emergano contromosse legali o interventi mediatici.
Resta aperta la questione più ampia che l’intero caso porta inevitabilmente a galla: quale responsabilità abbiano i talk show nella gestione del dibattito su antisemitismo, conflitti internazionali e linguaggi sensibili. Una riflessione che si intreccia con il ruolo della televisione nell’epoca della viralità permanente, dove ogni parola può essere estratta, rilanciata, esasperata.
Un tema che tornerà al centro del dibattito pubblico nelle prossime settimane, mentre le istituzioni giudiziarie iniziano a esaminare un caso che, al di là delle sue implicazioni legali, tocca corde emotive e culturali profonde.
