4 Ottobre 2026, domenica
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Venezuela, l’impegno dell’Italia per Alberto Trentini

Tajani: “Lavoriamo senza sosta. Il caso è complesso, ma non lo abbandoniamo”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani torna a parlare del caso di Alberto Trentini, il cittadino italiano detenuto in Venezuela da oltre un anno, e lo fa rivendicando il lavoro costante della Farnesina in uno scenario diplomatico tra i più sensibili e intricati. “Il caso Trentini ci sta molto a cuore, lavoriamo incessantemente per la sua liberazione”, afferma il titolare della diplomazia italiana, consapevole di quanto la vicenda sia carica di attese, fragilità e difficoltà operative.

A spiegare la complessità dell’intervento non è soltanto la natura del procedimento che coinvolge Trentini, ma anche la varietà delle situazioni affrontate dall’Italia negli ultimi anni. Tajani ricorda come ogni Paese, a seconda del proprio contesto politico e dei rapporti internazionali, rappresenti una sfida diversa. Cita i casi di Cecilia Sala e Alessia Piperno in Iran, entrambe liberate dopo un periodo relativamente breve, e quelli, più lunghi, di cittadini francesi trattenuti nella stessa area. Vicende eterogenee che, secondo il ministro, dimostrano quanto le tempistiche siano condizionate da variabili che sfuggono a qualunque schema rigido.

Un dossier aggravato dal contesto geopolitico

Il nodo venezuelano, spiega Tajani, si colloca in un quadro particolarmente fragile. Le tensioni tra Caracas e Washington, gli equilibri interni del governo di Nicolás Maduro e il peso delle dinamiche internazionali rendono ogni interlocuzione più lenta e complessa. “Con il Venezuela la situazione è più complessa”, ribadisce il ministro, lasciando intendere che l’attesa non dipenda soltanto dagli strumenti diplomatici disponibili, ma anche dal contesto che li circonda.

Negli ultimi mesi, il governo venezuelano ha liberato due cittadini italiani, un precedente che indica l’esistenza di un dialogo possibile. Nel caso di Trentini, però, sottolinea Tajani, la vicenda appare intrecciata con dinamiche interne al Paese sudamericano, un elemento che contribuisce a rendere il percorso più tortuoso e imprevedibile.

La diplomazia del silenzio

In questo scenario opera la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi”, un’attività che, per definizione, richiede cautela e discrezione. Tajani insiste su questo punto: “Serve riservatezza”. Il lavoro procede su canali diretti e indiretti, contatti bilaterali e interlocuzioni non ufficiali, in un intreccio di iniziative che non ammettono clamore e che spesso si misurano con tempi lunghi e passi millimetrici.

Il ministro conferma che la Farnesina mantiene un filo continuo con le autorità venezuelane, senza escludere alcuna via praticabile. La strategia è quella della costanza: non interrompere mai il dialogo, neppure quando il quadro sembra immobile.

La vicinanza alla famiglia

Nel suo intervento, Tajani dedica parole di sostegno alla famiglia di Alberto Trentini, consapevole del peso dell’attesa che accompagna ogni giorno trascorso senza novità. “La famiglia Trentini deve sapere che lavoriamo e lavoreremo: non lo abbiamo dimenticato”, afferma, quasi a voler restituire un segnale di presenza e continuità. Il caso, ribadisce, resta una priorità del ministero, e l’impegno non si attenuerà finché non sarà trovata una soluzione.

Una promessa che si inserisce in una lunga tradizione della diplomazia italiana, capace in passato di ottenere risultati significativi, ma oggi chiamata a misurarsi con uno dei contesti più difficili della sua attività consolare. Il nome di Alberto Trentini resta sul tavolo delle priorità, mentre Roma lavora a ogni possibile spiraglio per riportarlo a casa.

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