3 Ottobre 2026, sabato
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Netanyahu alla Knesset: “La guerra non è finita. Gaza sarà disarmata, con il pugno di ferro”

Il premier israeliano rilancia la linea dura: “I nostri nemici si stanno riarmando. Gaza sarà smilitarizzata, con ogni mezzo necessario”. E annuncia nuovi avvicinamenti diplomatici con i Paesi arabi della regione.

“La guerra non è finita”. Con queste parole, pronunciate davanti alla Knesset, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tracciato un quadro netto e privo di ambiguità della fase che Israele si appresta ad affrontare. Il leader del Likud, parlando al Parlamento di Gerusalemme, ha ribadito che il conflitto con Hamas e le tensioni lungo il confine nord con il Libano non possono considerarsi chiusi, né tantomeno congelati da tregue provvisorie.

“Chi cerca di farci del male si sta riarmando – ha ammonito –. Non hanno rinunciato al loro obiettivo di distruggerci”. Parole che suonano come un avvertimento ma anche come un manifesto politico: Netanyahu non intende concedere spazio a chi, a suo dire, minaccia l’esistenza stessa dello Stato ebraico.

Il premier ha poi promesso che Hamas “sarà disarmato” e che “Gaza sarà smilitarizzata”. Una dichiarazione che, nelle sue intenzioni, non lascia margini di interpretazione: “Accadrà nel modo più facile o nel modo più difficile. Ma accadrà”, ha scandito, ribadendo che Israele farà valere con determinazione le proprie condizioni sul futuro assetto della Striscia.

Nello stesso discorso, il primo ministro ha sottolineato che Israele è pronto a far rispettare gli accordi di cessate il fuoco “con il pugno di ferro”, tanto a Gaza quanto in Libano. Un linguaggio che richiama quello dei momenti più duri della storia israeliana e che conferma l’intenzione del governo di mantenere una postura di forza, anche nel contesto di tregue temporanee.

Ma accanto al registro militare, Netanyahu ha aperto un altro capitolo, quello diplomatico. “Israele si sta avvicinando ai Paesi della regione più che mai – ha detto –. L’opinione pubblica ne sentirà parlare sempre di più”. Un accenno che sembra alludere a nuovi sviluppi nei rapporti con i Paesi arabi moderati, forse sulla scia degli Accordi di Abramo e delle interlocuzioni segrete con Riyad e altri attori regionali.

L’intervento di Netanyahu arriva in un momento di grande tensione politica e militare: mentre sul terreno prosegue il fragile equilibrio tra tregue e scontri sporadici, la diplomazia internazionale tenta di riattivare un processo politico che appare ancora lontano. Nel frattempo, il premier israeliano punta a riaffermare il proprio ruolo di garante della sicurezza nazionale, in un contesto interno sempre più polarizzato.

Il messaggio è chiaro: per Netanyahu, la guerra non è solo una fase da chiudere, ma una condizione da gestire con fermezza, finché Israele non potrà sentirsi davvero al sicuro.

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