5 Dicembre 2025, venerdì
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Salvini a Bari: “Fuori dalle palle i migranti che non rispettano i nostri valori”

Dal palco del centrodestra in Puglia, il vicepremier torna a cavalcare il tema dell’immigrazione con toni incendiari, dimenticando che il suo governo è corresponsabile dei fallimenti delle politiche migratorie.

A cura di Daniele Cappa

Un comizio nel cuore di Bari, a sostegno del candidato del centrodestra Luigi Lobuono, si trasforma nell’ennesimo palcoscenico per l’ira verbale di Matteo Salvini. Il vicepremier e leader della Lega sceglie ancora una volta il tema che più di ogni altro alimenta la sua retorica identitaria: l’immigrazione. E lo fa con toni durissimi, che hanno acceso la platea ma sollevato un nuovo fronte di polemiche politiche e civili.

“L’Europa – ha detto Salvini dal palco – sta permettendo a troppi immigrati, soprattutto islamici, di entrare nel nostro Paese e di distruggere il nostro tessuto sociale, valoriale ed economico.” Un attacco frontale non solo alle istituzioni europee, ma anche a quella che il leader leghista continua a descrivere come un’invasione culturale, un pericolo per l’identità italiana.

Poi l’affondo, di quelli destinati a restare impressi per la brutalità della formula: “Il problema non è il dio, è pretendere che chi arriva nelle nostre città rispetti la nostra cultura, i nostri simboli, la nostra religione e la nostra Costituzione. Quelli che non sono disposti a farlo, cristianamente e genuinamente fuori dalle palle, tornino da dove sono arrivati.”

Parole che condensano l’essenza del salvinismo più crudo: l’appello alla difesa dei “valori italiani”, l’uso spregiudicato del linguaggio popolare per segnare una distanza netta tra “noi” e “loro”, la costruzione di un nemico esterno funzionale alla propaganda interna.

Eppure, dietro la veemenza del discorso, resta l’evidenza dei fatti. Salvini parla come se fosse all’opposizione, dimenticando che è al governo e che le politiche migratorie degli ultimi anni – dalle intese fallite con i Paesi di origine alle promesse mai mantenute sui rimpatri – sono state anche opera sua. I numeri, del resto, raccontano un’altra storia: gli arrivi via mare sono aumentati, i centri di accoglienza restano saturi, le espulsioni restano minime rispetto alle previsioni annunciate a ogni campagna elettorale.

Il ministro delle Infrastrutture, tuttavia, preferisce continuare a fare leva sull’emotività, trasformando ogni palco in un’arena politica. A Bari, come altrove, la strategia non cambia: evocare un’Italia “minacciata” per rinsaldare l’identità di un elettorato stanco, confuso, ma ancora sensibile al richiamo della paura.

Il comizio, concluso tra applausi e cori di approvazione, ha confermato la cifra comunicativa di Salvini: spregiudicata, diretta, aggressiva, sempre pronta a superare i limiti del linguaggio istituzionale. Una formula che continua a funzionare nei raduni di piazza, ma che appare sempre più lontana dai tavoli dove si decidono le politiche reali del Paese.

A Bari, insomma, il vicepremier ha parlato da oppositore di se stesso: contro un sistema di cui è parte integrante, contro un’Europa di cui l’Italia è colonna, contro migranti che le sue stesse leggi dovrebbero tutelare e gestire. Il risultato è un paradosso politico e morale che si ripete, puntuale, a ogni comizio. Ma nel lessico salviniano, come dimostra l’ennesimo “fuori dalle palle”, il linguaggio dell’invettiva conta più di quello della responsabilità.

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