L’ennesimo capitolo della guerra ibrida tra Russia e Unione Europea si consuma non sul terreno, ma nei corridoi della diplomazia. Bruxelles ha infatti deciso di irrigidire le procedure per il rilascio dei visti ai cittadini russi, una misura che Mosca interpreta come l’ennesimo segnale di ostilità politica più che come un provvedimento tecnico. E la risposta non si è fatta attendere.
A parlare è stata Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che ha attaccato frontalmente l’Unione Europea. “La Commissione europea – ha dichiarato – preferisce accogliere migranti illegali e disertori ucraini che vivono di sussidi anziché turisti con capacità di spesa.” Parole che suonano come una provocazione, ma che rientrano perfettamente nella linea comunicativa del Cremlino: dipingere l’Europa come un continente ipocrita, in declino economico e morale, incapace di mantenere un dialogo equilibrato con Mosca.
L’accusa arriva in un momento di forte tensione anche sul fronte militare. Da Kiev, il presidente Volodymyr Zelensky ha denunciato nuovi movimenti delle truppe russe nel nord-est del Paese. Durante un briefing ripreso dai media ucraini, il leader ha segnalato che “la Russia sta radunando forze nei pressi di Vovchansk, nella regione di Kharkiv”. Zelensky ha inoltre parlato di “un’avanzata delle Forze Armate ucraine a Kupyansk”, ma ha avvertito che la situazione “potrebbe complicarsi” proprio a Vovchansk, dove Mosca starebbe concentrando consistenti contingenti militari.
Il fronte nord-orientale, già duramente colpito nelle scorse settimane, resta uno dei punti più sensibili della linea del fronte. Le città di Kupyansk e Vovchansk, entrambe nella regione di Kharkiv, sono strategiche per il controllo dei corridoi logistici che collegano la Russia all’Ucraina orientale. Il nuovo movimento di truppe confermerebbe l’intenzione di Mosca di testare le difese ucraine in più aree contemporaneamente, costringendo Kiev a disperdere risorse e uomini.
Sul piano diplomatico, invece, la guerra delle parole continua. La stretta sui visti, decisa dall’Unione Europea per limitare i viaggi non essenziali dei cittadini russi, si inserisce in una più ampia strategia di isolamento politico ed economico del Cremlino. Bruxelles sostiene che il provvedimento risponda alla necessità di garantire la sicurezza interna e di evitare che la Russia sfrutti i flussi turistici per aggirare le sanzioni.
Per Mosca, però, la misura ha un valore simbolico: segna la chiusura definitiva delle porte europee a quella parte di cittadini russi che, almeno formalmente, non hanno nulla a che fare con la guerra. Un messaggio che il Cremlino utilizza per alimentare la narrativa antioccidentale all’interno dei propri confini.
Nel frattempo, le due capitali simbolo del conflitto – Kiev e Mosca – continuano a muoversi su piani paralleli: da un lato, il presidente Zelensky cerca di mantenere alta la resistenza militare e il sostegno internazionale; dall’altro, la diplomazia russa cerca di trasformare ogni decisione europea in un pretesto per rafforzare il fronte interno.
La stretta sui visti e le accuse di Zakharova sono, in fondo, l’altra faccia della stessa guerra. Una guerra combattuta con le parole, le percezioni e le immagini, in cui ogni dichiarazione diventa un’arma, e ogni viaggio negato un simbolo della distanza – politica, morale e ormai anche fisica – tra la Russia e l’Europa.
