5 Ottobre 2026, lunedì
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Mantovano e il solito fantasma togato: quando il governo dà la colpa ai giudici per ogni blocco

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio torna ad accusare la magistratura di frenare sicurezza, espulsioni e industria. Ma dietro la retorica del “lupo nero giudiziario” si nasconde l’incapacità del governo di gestire la complessità del Paese.

A cura di Daniele Cappa

Per Alfredo Mantovano, il problema dell’Italia non è la burocrazia, non è l’economia stagnante, non sono le politiche contraddittorie del suo stesso governo. Il problema, ancora una volta, sono i giudici.
Dal palco, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha sfoderato l’ormai classico repertorio: “Grazie a decisioni giudiziarie c’è il blocco delle espulsioni, il blocco della sicurezza, della politica industriale – si pensi all’Ilva – e da due anni lo sviluppo urbanistico di Milano è fermo sulla base di una decisione di un gruppo di pubblici ministeri franata al primo vaglio.”

È un copione noto: ogni difficoltà amministrativa o economica diventa colpa di un magistrato troppo invadente, di un giudice che “blocca” lo slancio riformatore, di una toga che, con la penna in mano, si trasforma in nemico dello Stato.
Il “lupo nero” della magistratura, evocato con regolarità quasi liturgica da esponenti di governo, torna così a riempire il vuoto politico. È la comoda figura del cattivo, utile a spostare l’attenzione dai fallimenti della macchina pubblica e dalle contraddizioni di chi la guida.

Mantovano, che della magistratura fa parte in aspettativa, conosce bene il linguaggio del diritto. Ma da uomo di governo preferisce usarlo come clava politica. Il riferimento all’Ilva, ad esempio, ignora volutamente che dietro i “blocchi” ci sono problemi ambientali e sanitari reali, non capricci di giudici militanti. Lo stesso vale per Milano, dove il cosiddetto “stallo urbanistico” non nasce dal nulla, ma da indagini su un sistema di concessioni edilizie opaco e contestato.

Dietro la denuncia del sottosegretario c’è un’idea semplicistica della democrazia: quella in cui la magistratura dovrebbe limitarsi a ratificare le decisioni dell’esecutivo, senza disturbare il manovratore. Ma è proprio questo equilibrio – fragile, faticoso, eppure vitale – tra poteri dello Stato a garantire che nessuno possa fare ciò che vuole.

Ogni volta che il governo accusa la giustizia di “bloccare il Paese”, il sottinteso è lo stesso: “Lasciateci fare, senza controlli, senza vincoli, senza contraddittorio.” È la vecchia sindrome di chi confonde la velocità con l’autorità, l’efficienza con il potere assoluto.

Il risultato è un dibattito stanco, fatto di slogan e nemici immaginari, mentre i problemi veri – la gestione dei migranti, la politica industriale, la pianificazione urbana – restano sul tavolo, intatti e irrisolti.
Forse, più che l’invasione di campo dei giudici, a bloccare il Paese sono le gnagne e le pippe mentali di un governo che, davanti a ogni ostacolo, preferisce cercare un colpevole piuttosto che una soluzione.

E così, mentre Mantovano parla di “potere giudiziario da ricondurre ai suoi confini costituzionali”, sarebbe utile ricordargli che la Costituzione serve anche a ricordare i confini del potere politico. Ma quelli, si sa, sono i più difficili da accettare.

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