15 Febbraio 2026, domenica
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Crosetto: “Riformiamo davvero le Forze Armate. Basta con Strade Sicure, servono più uomini e più efficienza”

Il ministro della Difesa annuncia la necessità di un profondo rinnovamento: “La legge 244 è superata, va riscritta. Le Forze Armate devono tornare a essere strumento operativo, non bacino occupazionale”.

Un intervento lucido, diretto e carico di implicazioni politiche e istituzionali. Guido Crosetto, ministro della Difesa, parla alla sede del Covi, il Comando operativo di vertice interforze, e mette sul tavolo quella che definisce senza esitazioni “una vera riforma dell’esercito”. Il suo messaggio è chiaro: l’attuale modello non basta più. “Serve una riforma delle Forze Armate – afferma –. Non la considero la riforma del ministro della Difesa: in Parlamento parleranno le Forze Armate, non un sottosegretario o un ministro”.

Crosetto parte da un punto cruciale: la legge 244 del 2012, che stabilisce la soglia massima di 170 mila unità per il personale militare. Una norma che, secondo il ministro, oggi non risponde più alle esigenze della Difesa. “Quella legge va superata – dice –. Lo spirito con cui è nata è morto. Il personale va aumentato e reso più efficiente”.

Dietro le sue parole, un’idea di Difesa proiettata verso scenari internazionali complessi e nuove forme di minaccia, dallo spazio cibernetico alla guerra ibrida. Ma anche una riflessione più concreta e interna: “Mentre parliamo di scudi e di guerre ibride, dobbiamo anche parlare di alloggi. Le Forze Armate devono essere efficienti, ma serve un sistema che le renda vivibili e sostenibili per chi ne fa parte”.

Stop a “Strade Sicure”: “I militari tornino al loro mestiere”

Tra i punti più incisivi del suo intervento, la posizione netta sull’operazione “Strade Sicure”, che da anni impiega migliaia di militari per compiti di vigilanza e ordine pubblico nelle città italiane. “Quando penso che 6.800 militari in tutta Italia sono su strada – osserva Crosetto – credo che sia arrivato il momento di tornare indietro. Dobbiamo potenziare le forze di polizia e riportare i militari al loro lavoro originario”.

Una presa di posizione che tocca un nervo scoperto: l’uso prolungato e ormai strutturale delle Forze Armate in compiti non strettamente militari. Per Crosetto, il rischio è evidente: “Bisogna ridare alle Forze Armate la loro missione, quella per cui sono nate: difendere il Paese, prepararsi ai conflitti moderni, garantire sicurezza e deterrenza”.

“Efficienza, non inclusività”: cambiare i criteri di selezione

Altro tema sensibile affrontato dal ministro è quello dei requisiti di accesso e della formazione del personale. “Le Forze Armate devono essere efficienti, non inclusive. Dobbiamo iniziare a parlare di requisiti – scandisce –. Non si può pensare di non riformare il sistema dei requisiti”.

Crosetto sottolinea come la selezione debba adattarsi alle diverse funzioni operative: “Non può esistere un solo sistema di criteri. È diverso se devo andare a combattere nelle forze speciali, se devo essere addestrato a guidare droni o se sono impegnato in compiti di comando. Serve una struttura che riconosca queste differenze e le valorizzi”.

“Non un’azienda, ma una missione”

Infine, un passaggio che suona quasi come una lezione di cultura militare: “Le Forze Armate vanno ritarate in base alle aspettative future, dopo che per un periodo sono state considerate anche come strumento di assunzione. Bisogna spiegare che fare il comandante di una nave non è come fare il dirigente di uno stabilimento industriale”.

Dietro questa frase, la volontà di restituire dignità e specificità a un mondo che, secondo il ministro, ha perso per strada parte della propria identità. Una chiamata a riconsiderare la Difesa non solo come un comparto amministrativo, ma come un organismo vitale dello Stato, da rinnovare con visione strategica e senso del dovere.

Nessun accenno, tuttavia, all’ipotesi di un esercito europeo – tema evocato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – segno che, almeno per ora, Crosetto concentra la sua attenzione sul cantiere interno.

Le sue parole, però, hanno un’eco che va oltre l’aula del Covi. Sono il preludio a un dibattito che promette di essere acceso e che tocca i fondamenti stessi della sicurezza nazionale: quale esercito serve oggi all’Italia, e come costruirlo per affrontare il futuro.

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