È morto a 84 anni Dick Cheney, l’uomo che per otto anni – dal 2001 al 2009 – fu il vicepresidente più potente e controverso della storia americana. Stratega silenzioso ma implacabile dell’amministrazione di George W. Bush, Cheney fu il motore della “guerra al terrore” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, e il principale artefice della dottrina dell’intervento preventivo che avrebbe cambiato per sempre la politica estera degli Stati Uniti. La notizia della sua scomparsa è stata resa nota dalla famiglia.
Figura imponente e divisiva, Cheney ha segnato con il suo pragmatismo estremo e la sua visione securitaria un’intera epoca. Nella storia americana, il suo nome resta indissolubilmente legato alla guerra in Iraq, alle prigioni segrete della Cia, a Guantanamo, e a un’idea di potere presidenziale forte, quasi senza limiti.
Dagli esordi nel Wyoming alla stanza dei bottoni del Pentagono
Richard Bruce Cheney era nato nel 1941 a Lincoln, in Nebraska, e cresciuto nel vicino Wyoming, stato che avrebbe poi rappresentato al Congresso. Dopo gli studi e un apprendistato politico nel Partito repubblicano, entrò nell’amministrazione di Gerald Ford negli anni Settanta, distinguendosi come un abile organizzatore e stratega.
Nel 1989 George H. W. Bush lo nominò segretario alla Difesa, affidandogli la gestione dell’intervento statunitense nella Guerra del Golfo del 1991. In quegli anni Cheney consolidò la sua reputazione di funzionario di ferro, capace di tradurre le decisioni politiche in operazioni militari rapide e risolute.
Dopo una parentesi nel settore privato, durante la quale fu amministratore delegato della multinazionale Halliburton, Cheney tornò sulla scena politica nel 2000, quando George W. Bush lo scelse come suo candidato alla vicepresidenza. La scelta si rivelò decisiva: la sua esperienza nei meccanismi di governo e la conoscenza profonda dell’apparato di sicurezza federale ne fecero un punto di riferimento imprescindibile per la nuova amministrazione.
L’11 settembre e la nascita della “guerra al terrore”
L’11 settembre 2001, quando i due aerei dirottati da al Qaeda si schiantarono contro le Torri Gemelle, Dick Cheney si trovava alla Casa Bianca. Mentre il presidente Bush era ancora in volo, toccò a lui gestire le prime, drammatiche ore dell’emergenza. Da quel momento, il vicepresidente divenne il perno della risposta americana all’attacco.
Fu tra i primi a promuovere un’azione militare in Afghanistan per abbattere il regime talebano, accusato di aver dato rifugio a Osama bin Laden. Nel nuovo clima di paura e patriottismo, Cheney spinse per una revisione radicale delle regole di ingaggio, teorizzando la necessità di colpire i nemici “prima che potessero colpire noi”.
La “dottrina Cheney”, come fu presto definita, prese forma nelle settimane successive: una visione del mondo basata sull’intervento preventivo, sull’espansione dei poteri dell’esecutivo e sulla convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti giustificasse misure straordinarie anche a costo di limitare le libertà civili.
L’Iraq e il peso di una guerra controversa
Fu Cheney il più convinto sostenitore dell’invasione dell’Iraq nel marzo 2003. Le accuse al regime di Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa e di intrattenere legami con al Qaeda si sarebbero poi rivelate infondate, ma furono sufficienti per mobilitare il Congresso e l’opinione pubblica.
Quando le prove si dimostrarono inconsistenti, Cheney difese comunque la decisione, sostenendo che gli Stati Uniti avevano agito “sulla base delle migliori informazioni disponibili”. La sua posizione, inflessibile e impermeabile alle critiche, alimentò uno dei dibattiti più aspri della storia americana recente e lasciò un’eredità pesante: un Iraq devastato, la nascita dell’Isis e un Medio Oriente destabilizzato per decenni.
L’intervento del 2003 cambiò per sempre gli equilibri geopolitici della regione. La caduta di Saddam Hussein aprì un vuoto di potere che sfociò in anni di guerra civile e nell’ascesa di nuove milizie jihadiste. La dissoluzione dell’esercito iracheno e l’assenza di un piano post-bellico coerente alimentarono tensioni etniche e confessionali, mentre l’Iran accresceva la propria influenza.
Un vicepresidente onnipresente e controverso
Mai prima di lui un vicepresidente aveva esercitato tanto potere. Cheney supervisionò personalmente la nascita del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, promosse programmi di sorveglianza di massa e difese pubblicamente i metodi di “interrogatorio rafforzato” applicati ai sospetti terroristi.
Guantanamo, Abu Ghraib, le extraordinary renditions divennero simboli di una stagione in cui la lotta al terrorismo giustificava quasi tutto. Le organizzazioni per i diritti umani lo accusarono di aver tradito i principi democratici americani, ma Cheney non arretrò: “Il nostro dovere è proteggere il Paese, non compiacere i critici”, ripeteva spesso.
Gli ultimi anni e la rottura con il trumpismo
Dopo il ritiro dalla vita pubblica, Cheney pubblicò memorie e testi sulla sicurezza nazionale, sostenendo la carriera politica della figlia Liz, deputata repubblicana del Wyoming. Negli anni più recenti, l’ex vicepresidente si distaccò apertamente dal suo partito, condannando Donald Trump e l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Definì l’ex presidente “un codardo” e “una minaccia senza precedenti per la Repubblica”, e nel 2024 annunciò di aver votato per la democratica Kamala Harris, dichiarando di voler “mettere il Paese al di sopra del partito”.
Liz Cheney, l’erede ribelle
La figlia maggiore, Liz, seguì le orme paterne, diventando una delle voci più autorevoli e isolate del conservatorismo tradizionale. Il suo voto per l’impeachment di Trump le costò la carriera politica, ma le guadagnò il rispetto di molti indipendenti e moderati. Con il sostegno del padre, fondò un comitato per la difesa della Costituzione, denunciando la deriva populista del Partito repubblicano.
Un’eredità che divide e perdura
Colpito da gravi problemi cardiaci fin da giovane, Cheney sopravvisse a diversi infarti e a un trapianto di cuore nel 2012. La sua parabola politica, durata oltre quarant’anni, ha lasciato un’impronta indelebile.
Per alcuni fu il “vero architetto” della sicurezza nazionale americana, per altri il simbolo dell’eccesso di potere e del cinismo post-11 settembre. Ma nessuno nega che senza di lui l’America del XXI secolo sarebbe stata diversa.
Cheney lascia la moglie Lynne, le figlie Liz e Mary e sette nipoti. Con la sua morte si chiude una delle stagioni più controverse della politica americana, quella in cui la paura, la forza e la fede nel destino eccezionale dell’America si fusero in una dottrina capace di riscrivere l’ordine mondiale.
