In Russia, la guerra non si combatte solo al fronte. Nelle retrovie, lontano dagli obiettivi ufficiali e dalle immagini propagandistiche, si consuma un conflitto parallelo, segreto e feroce: quello tra comandanti e soldati.
Un’inchiesta pubblicata dall’agenzia indipendente Verstka, oggi costretta all’esilio, rivela che decine di militari russi sono stati giustiziati o deliberatamente mandati incontro alla morte per essersi rifiutati di combattere in Ucraina. Il lavoro, rilanciato dal quotidiano britannico The Guardian, offre uno squarcio raro e inquietante sul funzionamento interno delle forze armate di Mosca, dove la diserzione o la semplice esitazione possono trasformarsi in una condanna a morte. L’indagine si fonda su un mosaico di fonti: testimonianze di soldati ancora in servizio, racconti dei familiari delle vittime, video trapelati dalle linee del fronte, e documenti ufficiali, tra cui verbali di denuncia e rapporti militari interni. Verstka riferisce di aver identificato almeno 101 membri dell’esercito russo accusati di aver ucciso, torturato o punito a morte i propri commilitoni. Dietro ogni numero, emerge una storia di terrore e disciplina imposta con la forza, in un esercito logorato da due anni e mezzo di guerra e da un crescente malcontento tra le truppe. Secondo le ricostruzioni, le esecuzioni non sarebbero episodi isolati ma parte di un meccanismo punitivo sistematico. In alcuni casi, i comandanti avrebbero ordinato di aprire il fuoco su soldati che tentavano di ritirarsi dalle posizioni o di rifiutare nuovi ordini d’attacco. In altri, i militari sospettati di codardia sarebbero stati inviati consapevolmente in missioni suicide, senza adeguato equipaggiamento né copertura.
Verstka afferma di aver potuto verificare almeno 150 decessi riconducibili a queste pratiche, pur ritenendo che il numero reale sia molto più alto, se si considera il clima di censura e paura che circonda ogni denuncia.
Fondata da alcuni tra i più noti giornalisti investigativi russi, Verstka è una delle poche testate che, nonostante la repressione del Cremlino, continua a documentare dall’estero le violazioni dei diritti umani e i crimini legati alla guerra in Ucraina. La sua inchiesta, basata su un lavoro di mesi, fornisce nuovi elementi a sostegno delle denunce già emerse negli ultimi due anni su presunti “distaccamenti di sbarramento”, reparti incaricati di impedire con la forza la ritirata dei propri soldati.
I racconti raccolti delineano un ambiente dove il comando si regge sul terrore e sull’obbedienza cieca. Familiari di giovani coscritti hanno descritto conversazioni interrotte bruscamente, telefoni spenti dopo un ultimo messaggio, e silenzi che si trasformano in lutto. Alcuni video, diffusi in rete e analizzati dai giornalisti, mostrano prigionieri russi legati, umiliati o colpiti dai loro stessi superiori. Le autorità militari, da parte loro, negano ogni responsabilità e liquidano le accuse come propaganda ostile.
Ma i riscontri raccolti da Verstka e le testimonianze di chi ha visto o vissuto queste violenze delineano un quadro che va ben oltre la propaganda. In un esercito sempre più stremato e diffidente, la lealtà si misura con la sopravvivenza, e il prezzo del dissenso è la vita stessa.
Se la guerra in Ucraina è diventata per la Russia un banco di prova politico e militare, l’inchiesta di Verstka mostra che, al suo interno, è anche un laboratorio di paura. Un luogo dove il nemico non è solo dall’altra parte del fronte, ma spesso indossa la stessa uniforme.
