6 Ottobre 2026, martedì
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Fucilati dai loro comandanti: l’inchiesta che svela la guerra interna dell’esercito russo

Un’indagine della testata indipendente russa Verstka, rilanciata dal Guardian, denuncia un sistema di esecuzioni sommarie e punizioni mortali contro i soldati che rifiutano di combattere in Ucraina. Le prove raccolte raccontano una catena di violenze che si consuma nel silenzio dell’esercito di Mosca.

In Russia, la guerra non si combatte solo al fronte. Nelle retrovie, lontano dagli obiettivi ufficiali e dalle immagini propagandistiche, si consuma un conflitto parallelo, segreto e feroce: quello tra comandanti e soldati.
Un’inchiesta pubblicata dall’agenzia indipendente Verstka, oggi costretta all’esilio, rivela che decine di militari russi sono stati giustiziati o deliberatamente mandati incontro alla morte per essersi rifiutati di combattere in Ucraina. Il lavoro, rilanciato dal quotidiano britannico The Guardian, offre uno squarcio raro e inquietante sul funzionamento interno delle forze armate di Mosca, dove la diserzione o la semplice esitazione possono trasformarsi in una condanna a morte. L’indagine si fonda su un mosaico di fonti: testimonianze di soldati ancora in servizio, racconti dei familiari delle vittime, video trapelati dalle linee del fronte, e documenti ufficiali, tra cui verbali di denuncia e rapporti militari interni. Verstka riferisce di aver identificato almeno 101 membri dell’esercito russo accusati di aver ucciso, torturato o punito a morte i propri commilitoni. Dietro ogni numero, emerge una storia di terrore e disciplina imposta con la forza, in un esercito logorato da due anni e mezzo di guerra e da un crescente malcontento tra le truppe. Secondo le ricostruzioni, le esecuzioni non sarebbero episodi isolati ma parte di un meccanismo punitivo sistematico. In alcuni casi, i comandanti avrebbero ordinato di aprire il fuoco su soldati che tentavano di ritirarsi dalle posizioni o di rifiutare nuovi ordini d’attacco. In altri, i militari sospettati di codardia sarebbero stati inviati consapevolmente in missioni suicide, senza adeguato equipaggiamento né copertura.
Verstka afferma di aver potuto verificare almeno 150 decessi riconducibili a queste pratiche, pur ritenendo che il numero reale sia molto più alto, se si considera il clima di censura e paura che circonda ogni denuncia.

Fondata da alcuni tra i più noti giornalisti investigativi russi, Verstka è una delle poche testate che, nonostante la repressione del Cremlino, continua a documentare dall’estero le violazioni dei diritti umani e i crimini legati alla guerra in Ucraina. La sua inchiesta, basata su un lavoro di mesi, fornisce nuovi elementi a sostegno delle denunce già emerse negli ultimi due anni su presunti “distaccamenti di sbarramento”, reparti incaricati di impedire con la forza la ritirata dei propri soldati.

I racconti raccolti delineano un ambiente dove il comando si regge sul terrore e sull’obbedienza cieca. Familiari di giovani coscritti hanno descritto conversazioni interrotte bruscamente, telefoni spenti dopo un ultimo messaggio, e silenzi che si trasformano in lutto. Alcuni video, diffusi in rete e analizzati dai giornalisti, mostrano prigionieri russi legati, umiliati o colpiti dai loro stessi superiori. Le autorità militari, da parte loro, negano ogni responsabilità e liquidano le accuse come propaganda ostile.

Ma i riscontri raccolti da Verstka e le testimonianze di chi ha visto o vissuto queste violenze delineano un quadro che va ben oltre la propaganda. In un esercito sempre più stremato e diffidente, la lealtà si misura con la sopravvivenza, e il prezzo del dissenso è la vita stessa.

Se la guerra in Ucraina è diventata per la Russia un banco di prova politico e militare, l’inchiesta di Verstka mostra che, al suo interno, è anche un laboratorio di paura. Un luogo dove il nemico non è solo dall’altra parte del fronte, ma spesso indossa la stessa uniforme.

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