A cura di Daniele Cappa
Le cifre, questa volta, parlano con chiarezza. E contraddicono l’immagine di un’Italia in ripresa, con salari in crescita e famiglie finalmente più serene. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat, pubblicato a fine ottobre, a settembre 2025 le retribuzioni reali restano più basse dell’8,8 per cento rispetto a gennaio 2021. In termini concreti, significa che, nonostante qualche aumento nominale, il denaro in tasca agli italiani vale oggi molto meno di quattro anni fa.
Il dato emerge dal report trimestrale relativo al periodo luglio-settembre, che fotografa un rallentamento della crescita tendenziale dei salari rispetto al trimestre precedente, pur restando superiore all’andamento dei prezzi al consumo. A settembre l’indice delle retribuzioni orarie è rimasto stabile su base mensile, mentre su base annua è salito del 2,6 per cento rispetto a settembre 2024.
Numeri che, letti al di là della superficie, raccontano una realtà assai più difficile di quella descritta dal governo. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nelle sue recenti dichiarazioni ha sostenuto che in Italia “i salari sono aumentati e l’economia è più solida che mai”. Tuttavia, le rilevazioni dell’Istat dipingono un quadro ben più complesso e, soprattutto, molto più severo. Gli aumenti nominali non bastano a compensare gli effetti dell’inflazione accumulata tra il 2021 e il 2023, anni in cui il potere d’acquisto delle famiglie è stato eroso in modo consistente dal caro-vita e dal rialzo dei costi energetici e alimentari.
A trainare la crescita complessiva delle retribuzioni è soprattutto la Pubblica amministrazione, con un aumento medio del 3,3 per cento, contro il 2,3 per cento dell’industria e il 2,4 per cento dei servizi privati. In particolare, i ministeri segnano +7,2 per cento, il settore militare e della difesa +6,9 per cento, e le attività dei vigili del fuoco +6,8 per cento, grazie agli adeguamenti contrattuali più recenti.
Tuttavia, anche in questi comparti, l’aumento dei salari nominali non si traduce in un effettivo miglioramento delle condizioni economiche reali. L’inflazione, pur in rallentamento, continua a neutralizzare gran parte dei benefici derivanti dai rinnovi contrattuali. Il risultato è che la distanza dai livelli di reddito reale del 2021 rimane ampia, e il potere d’acquisto medio degli italiani continua a ristagnare.
Il rapporto dell’Istat conferma così una verità spesso sottovalutata nel dibattito politico: la ripresa dei salari è più apparente che reale. Se si considera la crescita dei prezzi e il costo della vita, la maggior parte dei lavoratori si trova oggi con stipendi che, pur aumentando sulla carta, valgono meno al supermercato, nelle bollette e nelle spese quotidiane.
L’ottimismo del governo, che insiste nel sottolineare i progressi dell’economia e il miglioramento dei redditi, appare dunque in contrasto con la realtà fotografata dai numeri. I salari crescono, ma solo in termini nominali; la vita quotidiana, invece, resta segnata da una perdita di valore che pesa sulle famiglie, soprattutto su quelle a reddito medio e basso.
La distanza tra la narrazione politica e la situazione reale è ormai evidente. L’Istat certifica che l’Italia non ha ancora recuperato il potere d’acquisto perduto, e che i salari reali rimangono ben lontani dai livelli pre-pandemia. Dietro l’apparente stabilità economica, si nasconde un Paese in cui lavorare non garantisce più la stessa sicurezza economica di pochi anni fa.
E così, mentre il governo celebra gli incrementi nominali e i segnali di tenuta del mercato del lavoro, i dati ufficiali restituiscono un quadro ben più drammatico: quello di un’Italia in cui si guadagna formalmente di più, ma si vive con sempre meno.
