Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, affida a un post su Facebook un durissimo atto d’accusa contro il Governo e, in particolare, contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Al centro delle critiche, la decisione dell’esecutivo di cancellare “Opzione Donna”, la misura previdenziale che consentiva alle lavoratrici di andare in pensione anticipata a determinate condizioni.
“Ci sono donne che si sono alzate alle cinque del mattino per trent’anni – scrive Appendino –. Donne che hanno cresciuto figli, accudito genitori anziani e poi sono corse a lavorare in fabbrica, negli ospedali, nelle scuole. Per loro, Opzione Donna non era un privilegio, ma un diritto conquistato: il diritto a fermarsi dopo una vita di corse, di sacrifici, di doppie e triple fatiche”.
La deputata pentastellata sottolinea come la misura rappresentasse per molte lavoratrici “uno strumento di libertà e dignità”, oggi smantellato “da un Governo guidato da una donna che, all’opposizione, prometteva di difendere le donne”. Un paradosso, secondo Appendino, che parla apertamente di “tradimento” nei confronti di “migliaia di lavoratrici che chiedono solo giustizia”.
La contestazione si inserisce nel più ampio dibattito sulla legge di bilancio, nella quale la cancellazione o la revisione restrittiva di “Opzione Donna” è stata motivata dall’esecutivo con esigenze di sostenibilità economica del sistema pensionistico. Ma per l’ex sindaca di Torino si tratta di una scelta politica che colpisce un segmento preciso della popolazione: “Come se quelle vite, quei sacrifici, non contassero più nulla – afferma –. È incredibile che proprio Giorgia Meloni decida di togliere alle donne uno dei pochi strumenti che riconosceva il valore del loro lavoro e della loro cura”.
Appendino conclude con un appello alla mobilitazione: “Continueremo a batterci perché Opzione Donna venga ripristinata com’era. Una società che non riconosce il valore del lavoro femminile è una società più ingiusta. Le donne non chiedono favori, chiedono rispetto”.
Un messaggio che riaccende il confronto politico su uno dei temi più sensibili della manovra e rilancia, nel campo progressista, la questione del riconoscimento sociale ed economico del lavoro femminile in tutte le sue forme.
