Di fronte alla legge si è fermato anche l’ultimo atto della corsa elettorale di Veronica Biondo, vicesindaca di Santa Maria a Vico e aspirante consigliera regionale per Forza Italia. Insieme a lei, è finito agli arresti domiciliari anche il sindaco in carica, Andrea Pirozzi, 65 anni. Entrambi sono tra i sei destinatari di una misura cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nell’ambito di una vasta inchiesta su presunti accordi illeciti tra amministratori pubblici e il clan camorristico Massaro.
Un terremoto giudiziario che scuote la politica campana e inquina l’avvicinarsi delle elezioni regionali. Oltre ai due vertici dell’amministrazione comunale, sono finiti ai domiciliari anche altri due amministratori locali: Giuseppe Nuzzo, consigliere comunale di maggioranza, e Marcantonio Ferrara, ex assessore. In carcere, invece, due esponenti di rilievo del clan Massaro: Raffaele Piscitelli e Domenico Nuzzo, considerati i terminali criminali di un presunto patto scellerato tra mafia e politica.
L’ombra lunga della camorra sul voto del 2020
Le indagini, partite nel 2020 in coincidenza con le elezioni amministrative, si sono sviluppate nel tempo grazie al lavoro della Guardia di Finanza di Caserta, coordinata dalla Procura antimafia napoletana diretta da Nicola Gratteri. Secondo la ricostruzione accusatoria, l’ascesa elettorale di Andrea Pirozzi (eletto con oltre il 71% dei voti con la lista civica “Città Domani 2.0”) non sarebbe stata frutto esclusivo del consenso popolare, bensì sostenuta in maniera determinante dall’influenza del clan Massaro, operante nella zona del Casertano.
Il presunto accordo avrebbe avuto una contropartita: appalti pubblici, incarichi, concessioni e perfino assunzioni pilotate, in favore degli uomini del clan o di soggetti a loro vicini. Una logica di scambio consolidata, secondo gli inquirenti, che dopo aver portato alle urne i voti richiesti, avrebbe ottenuto in cambio vantaggi economici e imprenditoriali, spesso mascherati da operazioni amministrative regolari.
Il potere prima del voto: anticipazioni e promesse
Dalle intercettazioni raccolte durante l’inchiesta, emergono elementi inquietanti. I due esponenti del clan finiti in carcere avrebbero saputo con largo anticipo non solo l’esito delle elezioni comunali, ma anche i nomi dei futuri assessori e delegati. Un’indicazione, per gli inquirenti, del livello di penetrazione criminale all’interno delle dinamiche politico-amministrative.
Il potere criminale, insomma, non si sarebbe limitato a influenzare la campagna elettorale, ma avrebbe avuto un ruolo quasi direttivo nella futura governance cittadina.
Appalti, assunzioni e concessioni: la moneta del patto
Tra i casi emblematici finiti sotto la lente degli inquirenti c’è quello dell’ampliamento del cimitero comunale. Il clan avrebbe manifestato particolare interesse per la costruzione di un impianto di cremazione, la cui gestione sarebbe stata poi affidata – secondo l’ipotesi investigativa – a una società nella quale uno degli affiliati figurava come socio occulto.
Ma non si tratta di un episodio isolato. Il gruppo Massaro sarebbe riuscito a ottenere anche la concessione, da parte del Comune, di un chiosco-bar nella frazione San Marco, pur in presenza di gravi abusi edilizi che ne avrebbero imposto l’abbattimento. Il tutto, senza il pagamento di alcun canone.
Anche nel settore degli appalti, le pressioni sarebbero state frequenti: un imprenditore, vincitore di una gara pubblica, avrebbe subito indebite sollecitazioni affinché assumesse una persona indicata da uno degli affiliati. Sullo sfondo, anche la gestione di un’area fieristica da regolamentare, per la quale alcuni consiglieri comunali si sarebbero messi a disposizione del clan.
Il ruolo del carabiniere “infedele”
A rendere ancora più fosco il quadro è la posizione di Adolfo Molaro, carabiniere attualmente indagato per rivelazione di segreti d’ufficio. Secondo la DDA, il militare avrebbe fornito informazioni riservate al sindaco Pirozzi e a Domenico Nuzzo, informandoli dell’esistenza di indagini in corso su episodi di compravendita di voti e rapporti con la criminalità organizzata. Non solo: avrebbe anche comunicato l’esistenza di esposti riguardanti presunti accordi illeciti tra esponenti del clan e candidati consiglieri.
Un comportamento che, se confermato, metterebbe a rischio non solo le indagini, ma anche la credibilità dell’istituzione che il militare rappresentava.
Veronica Biondo: ascesa politica e brusca caduta
La parabola di Veronica Biondo si è spezzata bruscamente. La vicesindaca 37enne, considerata fino a ieri una delle candidate di punta di Forza Italia alle prossime elezioni regionali in Campania, era già scesa ufficialmente in campo. Il 10 ottobre scorso aveva presentato la sua candidatura in un evento pubblico, alla presenza anche del sindaco Pirozzi. Il 13 ottobre aveva lanciato ufficialmente la campagna elettorale, ringraziando pubblicamente l’europarlamentare Fulvio Martusciello, segretario regionale del partito. Sabato 19 ottobre, le immagini sui social la ritraggono alla presentazione della lista, accanto ai senatori Maurizio Gasparri e Franco Silvestro, e agli onorevoli Stefano Benigni e Tullio Ferrante.
Soltanto ventiquattro ore prima del suo arresto, aveva pubblicato un post celebrativo della giornata, che adesso appare come un grottesco paradosso politico.
Reazioni politiche e il richiamo alla trasparenza
Immediate e dure le reazioni dal mondo politico. Sandro Ruotolo, esponente della segreteria nazionale del Partito Democratico, ha parlato di un “quadro inquietante” che dimostra ancora una volta quanto la criminalità organizzata sia capace di infiltrarsi nel cuore della politica campana, condizionando elezioni e amministrazioni locali.
“Serve una rottura netta”, ha dichiarato Ruotolo, “con liste trasparenti, controlli preventivi e un impegno chiaro da parte dei partiti a spezzare qualunque legame tra mafia e istituzioni. La trasparenza deve valere ovunque”.
Uno spaccato preoccupante della politica territoriale
L’inchiesta della Procura di Napoli, ancora in fase istruttoria, potrebbe avere ricadute più ampie di quanto già emerso. Il caso di Santa Maria a Vico non è un episodio isolato, ma un segnale allarmante su come, anche in ambiti istituzionali apparentemente solidi, possa annidarsi un sistema di potere fondato sul compromesso criminale.
Una volta ancora, il cuore della democrazia locale viene trafitto da una rete di interessi che aggira le regole e trasforma il consenso in merce di scambio. A farne le spese, sono prima di tutto i cittadini, traditi dalla fiducia concessa a chi avrebbe dovuto rappresentarli, e il cui voto – si teme – potrebbe essere stato inquinato da logiche mafiose.
I prossimi sviluppi giudiziari diranno se le accuse troveranno conferma in sede processuale. Ma già oggi, il quadro emerso getta un’ombra lunga sulla tenuta etica e istituzionale di una parte della politica campana. Una politica che, se vuole recuperare credibilità, dovrà dimostrare con i fatti di voler rompere, una volta per tutte, il patto oscuro con la criminalità organizzata.
