CITTÀ DEL VATICANO — Con parole dense di compassione ma anche di lucida denuncia, Papa Leone ha accolto in udienza i partecipanti al Giubileo dei Rom, Sinti e Caminanti, trasformando l’incontro in una riflessione profonda sui limiti morali e strutturali della società contemporanea. Davanti a delegazioni provenienti da tutta Europa, il Pontefice ha messo in luce la condizione di emarginazione che da secoli accompagna queste comunità, definite «scartate da un modello di sviluppo per molti versi ingiusto e insostenibile».
«Per quasi mille anni siete stati pellegrini e nomadi in un contesto che ha costruito modelli di progresso rivelatisi ingiusti — ha detto il Papa —. Le società cosiddette “progredite” vi hanno puntualmente scartato, collocandovi ai margini: ai margini delle città, dei diritti, dell’educazione e della cultura».
Il tono del discorso, fermo e pastorale insieme, ha assunto una valenza universale quando il Santo Padre ha collegato la vicenda storica dei popoli nomadi alle contraddizioni globali del nostro tempo. «Il modello di società che vi ha resi itineranti senza pace e senza accoglienza — ha proseguito —, confinandovi prima nelle carovane stagionali e poi negli accampamenti delle periferie, è lo stesso che ha generato nel secolo scorso le più grandi ingiustizie sociali: disuguaglianze economiche senza precedenti, crisi finanziarie devastanti, disastri ambientali e guerre».
Con un appello accorato, Papa Leone ha invitato i presenti a non scoraggiarsi: «Voi siete più vicini alla condizione di Cristo povero e umiliato. Ricordate all’umanità il vero paradigma della vita cristiana».
Poi, il Pontefice si è rivolto direttamente ai suoi «fratelli e sorelle Rom, Sinti e Caminanti»: «Dio Padre vi ama e vi benedice. Anche la Chiesa vi ama e vi benedice. Potete essere testimoni viventi della centralità di tre cose: confidare solo in Dio, non attaccarvi ai beni mondani e mostrare una fede esemplare in opere e parole. Non è facile vivere così: si impara accogliendo la benedizione di Dio e lasciando che trasformi il cuore».
L’intervento papale ha avuto il tono di una carezza spirituale, ma anche di un monito indirizzato al mondo occidentale, spesso incapace di guardare ai margini senza pregiudizio. Una riflessione che tocca nervi scoperti, quelli di una società che parla di inclusione ma continua, nei fatti, a costruire barriere visibili e invisibili.
Eppure, tra i banchi della Sala Nervi, mentre il Papa parlava di dignità e speranza, qualcuno ha sussurrato con ironia — non senza un pizzico di malizia ma senza ombra di razzismo — una domanda che resta sospesa nell’aria: quanti Rom, Sinti e Caminanti ospita oggi la Città del Vaticano? Una provocazione che, più che cercare risposta, serve a ricordare quanto sia difficile, anche per la Chiesa, tradurre in realtà l’universalità della sua accoglienza.
