22 Settembre 2026, martedì
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Mattarella denuncia il paradosso del lavoro: salari fermi, premi ai vertici

Il Capo dello Stato interviene sul tema delle diseguaglianze retributive: in Italia come nel resto del mondo, cresce il PIL ma non i salari reali. Crescono invece i profitti e le retribuzioni dei top manager. Un segnale d’allarme sulla qualità e sull’equità del lavoro nel XXI secolo.

Un’economia che corre, una ripresa post-pandemica che ha sorpreso per la sua intensità, una produzione che riparte e un mercato azionario che premia le imprese. Ma dietro le cifre rosee dei bilanci e le curve in crescita del PIL, si nasconde un’altra realtà, molto meno rassicurante: quella dei salari reali stagnanti, della fatica quotidiana che non basta più a garantire una vita dignitosa, delle famiglie che scivolano sotto la soglia della povertà pur avendo un lavoro.

Su questa contraddizione ha scelto di intervenire con decisione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con parole che suonano come una denuncia e, insieme, un richiamo alla responsabilità collettiva. Lo ha fatto richiamando i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che certificano un trend preoccupante: la quota del reddito da lavoro sul PIL mondiale è diminuita in modo significativo nell’ultimo decennio, dal 2014 al 2024.

Una dinamica che coinvolge anche l’Italia, come ha sottolineato lo stesso Capo dello Stato, citando i rilievi della Banca Centrale Europea. Nonostante la robusta crescita dell’economia registrata dopo l’emergenza Covid, ha ricordato Mattarella, i salari reali non hanno beneficiato dello stesso slancio. A crescere, invece, sono stati i profitti per gli azionisti e i compensi per i dirigenti, in alcuni casi “robusti” al punto da far emergere uno squilibrio difficilmente giustificabile sul piano sociale ed etico.

La forbice che si allarga

Il cuore della questione sollevata dal Presidente riguarda l’ampliamento delle disuguaglianze retributive. Non si tratta soltanto di un problema statistico, ma di un nodo strutturale che incide direttamente sulla coesione sociale e sulla percezione di giustizia nel mondo del lavoro. “Le dinamiche di mercato – ha sottolineato Mattarella – concorrono ad ampliare gli squilibri nelle retribuzioni. Ne nasce un aspetto a cui non si può sfuggire: tante famiglie sono sospinte sotto la soglia di povertà, nonostante vi sia almeno un componente che lavora, mentre dall’altra parte super manager godono di remunerazioni centinaia, talvolta migliaia di volte superiori a quelle dei dipendenti delle stesse imprese”.

È una fotografia impietosa, ma accurata. Ed è proprio in questo squilibrio che si annidano le distorsioni più profonde del capitalismo contemporaneo: un sistema dove il lavoro – pur rimanendo formalmente al centro della produzione di ricchezza – perde valore in termini di reddito reale, mentre gli attori del capitale e della governance d’impresa vedono aumentare in modo esponenziale le proprie remunerazioni.

Una questione di sostenibilità democratica

Le parole del Capo dello Stato non si limitano alla denuncia. Implicitamente, sollecitano una riflessione più ampia su che tipo di società l’Italia – e più in generale l’Occidente – voglia essere nel prossimo futuro. La forbice crescente tra chi guadagna poco pur lavorando e chi beneficia di bonus milionari rischia infatti di erodere le basi stesse della coesione sociale, alimentando rancori, instabilità e perdita di fiducia nelle istituzioni e nel mercato.

Il lavoro che non basta più a garantire una vita dignitosa è un segnale d’allarme per la democrazia, non soltanto per l’economia. È su questo piano che Mattarella sposta il baricentro del discorso: non un tema tecnico da affidare soltanto agli economisti o ai contratti di categoria, ma una questione civile e culturale. Perché il valore del lavoro – e la sua giusta remunerazione – rappresentano la misura della dignità di una società.

Il tempo della responsabilità

Il monito del Presidente arriva in un momento in cui l’Italia affronta un rallentamento economico, ma anche una riflessione profonda sul futuro del lavoro. La transizione ecologica e digitale, l’impatto delle nuove tecnologie sull’occupazione, la crisi demografica e la precarietà diffusa richiedono un nuovo patto sociale. Ma nessun patto può reggere se le diseguaglianze continuano ad ampliarsi.

Mattarella non ha indicato ricette, né è suo ruolo farlo. Ma la sua voce si leva come quella di un garante dei principi fondamentali su cui si regge la Repubblica: equità, solidarietà, giustizia sociale. E invita tutti – politica, imprese, sindacati, istituzioni europee – a non considerare “normale” ciò che è invece il segno di un sistema sbilanciato, dove i frutti della crescita non vengono redistribuiti equamente.

In un contesto dove il lavoro c’è, ma non sempre paga, e dove la ricchezza si concentra in poche mani, Mattarella invita a una nuova responsabilità collettiva. A partire da una verità tanto semplice quanto trascurata: non esiste crescita duratura senza giustizia sociale, e non c’è progresso se a beneficiarne è solo una parte della società.

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