3 Ottobre 2026, sabato
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Madagascar sull’orlo del collasso: Rajoelina conferma la fuga, ma non lascia la presidenza

Il presidente ha lasciato il Paese "per ragioni di sicurezza personale" dopo la defezione di un'unità d'élite dell'esercito. Crisi politica acuta, clima da golpe. Appello al dialogo, ma la Costituzione resta la sua unica linea rossa.

Una fuga silenziosa, un’apparizione registrata, nessuna rinuncia. Il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, ha confermato di aver lasciato il Paese per mettere in salvo la propria vita, travolto da un’escalation politica e militare che rischia di precipitare l’isola africana nel caos istituzionale. La sua voce è riapparsa in serata in una trasmissione televisiva diffusa da una località ignota, con ore di ritardo dovute al tentativo – parzialmente riuscito – di alcuni soldati insorti di occupare gli studi dell’emittente pubblica nazionale.

Nessuna dichiarazione di dimissioni, nessun annuncio formale di rinuncia al potere. Anzi, il capo dello Stato ha ribadito la necessità di rispettare la Costituzione del Madagascar, lanciando al tempo stesso un appello al “dialogo nazionale” per uscire da quella che appare come una delle peggiori crisi politico-istituzionali dell’ultimo decennio sull’isola.

“Sono stato costretto a trovare un luogo sicuro per proteggere la mia vita”, ha dichiarato Rajoelina, visibilmente provato, ma deciso a non rinunciare al proprio incarico. Il video, trasmesso con interruzioni e tagli, è stato l’unico segnale ufficiale della sua presenza e del suo rifiuto a cedere di fronte alla spinta insurrezionale che lo circonda.

Una crisi militare e generazionale

La situazione è precipitata nel fine settimana, quando un’unità militare d’élite, fino a poco tempo fa considerata tra le più leali al governo, ha rotto gli indugi e si è apertamente schierata con i manifestanti antigovernativi, chiedendo le dimissioni del presidente e di alcuni membri dell’esecutivo.

Un atto di rottura senza precedenti nella pur turbolenta vita democratica malgascia. In piazza, da settimane, si era fatto sempre più pressante il ruolo delle nuove generazioni, guidate da gruppi giovanili, tra cui la cosiddetta “Generazione Z“, che ha canalizzato il malcontento popolare in proteste organizzate, diffuse e crescentemente radicali. Le rivendicazioni mescolano temi economici, accuse di corruzione, richieste di riforma istituzionale e rigetto dell’autoritarismo percepito.

Il fronte si è allargato, complici anche le gravi difficoltà economiche che affliggono il Paese: inflazione fuori controllo, carenza di beni essenziali, sospetti su fondi internazionali dispersi, e una crescente sfiducia nelle istituzioni. Quando la protesta è arrivata ai ranghi dell’esercito, il quadro è cambiato radicalmente.

Il timore di un golpe e il silenzio del presidente

Dinanzi alla defezione armata e alla possibilità concreta di uno strappo costituzionale, Rajoelina ha scelto di lasciare il Paese. Non si conoscono né la data precisa dell’esfiltrazione né la modalità. Fonti locali parlano di un’evacuazione discreta via aereo, forse operata con il supporto logistico dell’esercito francese. Una possibilità che non ha trovato conferma ufficiale, ma che trova riscontro in alcune movimentazioni diplomatiche tra Antananarivo e Parigi.

Quel che è certo è che per oltre 48 ore il Paese è rimasto senza un segnale chiaro da parte del suo leader, proprio nel momento più delicato. Le voci di una sua fuga si sono rincorse sin da domenica, alimentate da un silenzio istituzionale rotto solo dalle dichiarazioni confuse e frammentarie di alcuni membri del governo rimasti nella capitale.

Il discorso di lunedì sera, trasmesso da una località riservata, ha confermato la fuga e smentito le dimissioni. Rajoelina ha parlato di “tentativo di golpe” e ha definito l’azione dei militari insorti come “un’operazione illegale per il potere”. Ha però evitato toni di sfida, mantenendo una linea più cauta: ha invocato il dialogo, si è detto disponibile a una mediazione, ma ha fatto intendere chiaramente che non intende abbandonare il ruolo di presidente legittimamente eletto.

Un equilibrio precario e un futuro incerto

Il Madagascar si trova oggi nel pieno di una crisi istituzionale senza precedenti, con un presidente in fuga ma formalmente ancora in carica, un’escalation militare interna e una pressione popolare sempre più organizzata. I prossimi giorni saranno decisivi per comprendere se si potrà avviare un percorso di mediazione o se il Paese scivolerà verso un vuoto di potere pericoloso.

Non è la prima volta che il Madagascar si confronta con una transizione irregolare. Lo stesso Rajoelina era arrivato al potere nel 2009 attraverso una spinta sostenuta anche da settori militari, spodestando l’allora presidente Marc Ravalomanana. E proprio quel precedente torna ora come boomerang: oggi, il timore è che lo schema possa ripetersi, ma in un quadro ancora più fragile e polarizzato.

La comunità internazionale osserva con preoccupazione crescente. Organizzazioni regionali africane e l’Unione Africana hanno già chiesto il ritorno alla calma e al rispetto delle istituzioni. Ma per ora, il destino politico del Madagascar è sospeso, appeso alle prossime mosse dei militari, alle proteste della piazza e alla decisione – ancora tutta da chiarire – di un presidente assente ma formalmente ancora in carica.

Un Paese sull’orlo: attese e paure

In assenza di un interlocutore diretto in patria, cresce il rischio che la crisi si trasformi in uno scontro aperto per il potere, con tutte le incognite che questo comporta in una nazione già profondamente provata da povertà strutturale e instabilità.

Rajoelina, che aveva cercato negli ultimi anni una stabilizzazione internazionale anche attraverso legami strategici con la Francia e investimenti infrastrutturali, si trova ora isolato, contestato e fisicamente lontano. Ma il suo rifiuto a dimettersi, unito alla denuncia di un colpo di Stato in atto, rende ogni soluzione più complessa.

Il futuro del Madagascar potrebbe dipendere da un fragile equilibrio: tra esercito e popolazione, tra istituzioni e piazza, tra chi reclama un cambiamento radicale e chi, pur contestato, rivendica la legittimità costituzionale. In questo vuoto di potere, il tempo stringe. E con esso, il margine per evitare una nuova spirale di instabilità si assottiglia.

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