3 Ottobre 2026, sabato
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Crollo del Ponte Morandi, chiesti 18 anni e 6 mesi per Castellucci: “Scelse il profitto alla sicurezza”

La Procura di Genova chiede la pena massima per l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia. I pm: “Sapeva tutto, ma rinviò gli interventi per garantire dividendi e carriera”. L’accusa lo paragona a Lord Voldemort, “l’uomo che non si può nominare”. La difesa: “Processo segnato da giudizi personali inaccettabili”.

Diciotto anni e sei mesi di reclusione: è la richiesta di condanna avanzata dalla Procura di Genova nei confronti di Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, nell’ambito del processo per il crollo del Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018 e costato la vita a 43 persone.

La requisitoria dei pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi si è chiusa con parole durissime: “Chiediamo la pena massima consentita, perché gli elementi di gravità a suo carico sono fortissimi”. Castellucci, oggi detenuto nel carcere di Opera dopo la condanna definitiva a sei anni per la strage di Avellino, non ha assistito in aula alla richiesta.

La logica del profitto

Secondo l’accusa, l’ex numero uno di Autostrade era pienamente consapevole, sin dal 2009, delle criticità strutturali del viadotto sul Polcevera. Eppure, sostengono i pm, avrebbe rinviato gli interventi di manutenzione e consolidamento in nome di una “logica del massimo profitto”: un sistema in cui le esigenze di sicurezza cedevano il passo all’obiettivo di ridurre i costi e massimizzare i dividendi per gli azionisti.

“Castellucci ha scelto di non intervenire per garantire margini e dividendi – ha detto in aula il pm Cotugno –. Le sue decisioni hanno inciso direttamente sul disastro”.

“Come Lord Voldemort”

Nel corso della requisitoria, i magistrati hanno usato una metafora letteraria destinata a far discutere: “L’allora amministratore delegato – hanno affermato – era come Lord Voldemort, il personaggio di Harry Potter che non si può nemmeno nominare. Aveva creato un clima in cui il suo nome era tabù, tanto che nei documenti interni veniva indicato con i puntini”.

Un parallelo che, nelle intenzioni dei pm, sottolinea la concentrazione di potere e il controllo assoluto esercitato da Castellucci all’interno dell’azienda. “Un’enciclopedia di elementi negativi – hanno aggiunto –: qui siamo al massimo livello di colpa possibile. Le sue scelte non furono errori tecnici, ma decisioni consapevoli per conservare prestigio, benefit e posizione”.

Il processo e gli altri imputati

Il procedimento, uno dei più complessi mai celebrati a Genova, vede ancora 56 imputati tra dirigenti, tecnici e funzionari. Dopo la posizione di Castellucci, la Procura avanzerà le richieste di condanna o assoluzione – in alcuni casi per intervenuta prescrizione – nei confronti degli altri.

Le società Autostrade per l’Italia (Aspi) e Spea Engineering, che si occupava delle attività di sorveglianza e manutenzione, sono uscite dal processo dopo aver patteggiato. Hanno versato complessivamente 29 milioni di euro, risarcito in via stragiudiziale la quasi totalità dei familiari delle vittime e contribuito finanziariamente alla ricostruzione del nuovo viadotto San Giorgio.

La replica della difesa: “Richiesta spaventosa”

Durissima la reazione dell’avvocato Guido Carlo Alleva, difensore di Castellucci, che definisce la richiesta “spaventosa e inaccettabile”. Secondo il legale, la Procura avrebbe travalicato i limiti del diritto penale, introducendo valutazioni personali “che nulla hanno a che vedere con il processo”.

“Ho sentito espressioni che non appartengono a un’aula di giustizia – ha commentato –. Questo è un processo per reati colposi, non un giudizio morale o psicologico sulla persona. Si sono fatte considerazioni sulla personalità e sulla vita privata dell’ingegnere che non dovrebbero trovare spazio nel processo penale”.

“La condanna di Avellino non deve pesare”

La difesa ha poi messo in guardia da un possibile condizionamento dei giudici dovuto alla condanna definitiva di Castellucci per la strage del bus di Avellino, che nel 2013 causò 40 morti. “Si tratta di una vicenda diversa – ha ricordato Alleva –. L’ingegnere sta già scontando la pena in carcere. Il collegio dovrà giudicare solo sulla base degli elementi di fatto e di diritto relativi al Ponte Morandi, non sull’immagine complessiva di una persona oggi in una condizione di fragilità umana e sociale”.

L’attesa per la sentenza

Il processo proseguirà nelle prossime settimane con le arringhe delle difese e, successivamente, con la decisione del collegio giudicante. Una sentenza che, dopo anni di indagini e udienze, sarà chiamata a stabilire le responsabilità individuali in una delle tragedie più gravi della storia recente italiana, simbolo delle conseguenze di una gestione privatistica delle infrastrutture pubbliche e della crisi di fiducia nei confronti dei controlli sulla sicurezza.

La città di Genova, che ha già ricostruito il suo ponte, attende ora che anche la giustizia completi il proprio percorso.

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