23 Ottobre 2026, venerdì
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Caso Satnam Singh, la testimonianza in aula e la frase choc: “È morto, dove lo butto?”

In corso a Latina il processo per la morte del bracciante indiano. Il datore di lavoro Antonello Lovato è accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. In aula le ricostruzioni drammatiche dell’incidente e l’ipotesi medica: “Si poteva salvare”

Latina – “È morto. Aiutami, dove lo butto?”. Sarebbero queste le parole pronunciate da Antonello Lovato, imprenditore agricolo di Cisterna di Latina, all’indomani dell’incidente costato la vita a Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni deceduto a giugno 2024 dopo essere stato abbandonato privo di un braccio tranciato da un macchinario agricolo. Parole riferite in aula da un testimone, e ora al centro del processo che vede Lovato imputato con l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale.

Il procedimento si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Latina, in un clima carico di tensione e indignazione. Al centro del processo, non solo l’omissione di soccorso e la mancata assistenza sanitaria, ma soprattutto il presunto comportamento volontariamente negligente e disumano che avrebbe trasformato un tragico incidente sul lavoro in un caso giudiziario di gravità estrema.

La testimonianza: “Gli dissi di chiamare un’ambulanza. Rispose: è morto, dove lo butto?”

A ricostruire quanto accaduto quel giorno è stato un testimone chiave, anche lui bracciante agricolo, che ha raccontato in aula di essere stato contattato da un amico connazionale, collega di Singh, per fare da interprete. Il giorno dell’incidente, fu chiamato per aiutare nella comunicazione con Lovato, che, secondo quanto riferito, si rifiutava di contattare i soccorsi.

“Mi dissero che c’era stato un incidente. Ho detto loro di chiamare subito un’ambulanza”, ha spiegato il testimone davanti alla Corte. “Lovato continuava a ripetere che Satnam era morto, che si era incastrato in una macchina”. Quando il testimone riuscì a parlare direttamente con l’imprenditore, gli chiese con insistenza di chiamare i soccorsi, ma la risposta che si sentì dare fu gelida: “È morto, aiutami, dove lo butto?”.

Una frase agghiacciante, che ha fatto sobbalzare l’aula e che, se confermata, peserà come un macigno sulla posizione dell’imputato. Il testimone ha aggiunto di aver percepito “una forte paura” nella voce di Lovato, ma non alcun segnale di volontà di aiutare la vittima. Secondo la ricostruzione della procura, Lovato avrebbe trasportato Singh, gravemente ferito e in stato di choc emorragico, a bordo di un mezzo aziendale fino all’esterno dell’abitazione del bracciante, abbandonandolo lì, senza allertare tempestivamente i soccorsi.

Il parere medico: “Si poteva salvare. Anche una semplice cinghia poteva fare la differenza”

Poco prima della testimonianza dell’interprete, in aula è intervenuta anche la dottoressa Maria Cristina Setacci, medico legale incaricata dell’autopsia sul corpo di Satnam Singh. La sua valutazione non lascia spazio a dubbi: “Un comportamento diverso avrebbe potuto salvargli la vita. La causa della morte è stata uno shock emorragico causato dall’amputazione del braccio destro. Un intervento tempestivo avrebbe potuto fermare l’emorragia”.

Secondo la perizia, un immediato trasporto in ospedale avrebbe consentito ai sanitari di stabilizzare il paziente, bloccare la perdita di sangue e intervenire chirurgicamente. Ma anche un primo soccorso elementare, ha sottolineato il medico, avrebbe potuto essere decisivo: “Una cinghia stretta attorno al moncone del braccio sarebbe stata una misura di emergenza utile a contenere il sanguinamento e guadagnare tempo vitale”.

La strategia della difesa e la linea dell’accusa

Al momento, la strategia difensiva di Lovato non è stata illustrata pubblicamente in aula, ma si attende che nei prossimi appuntamenti processuali la difesa possa tentare di dimostrare l’assenza di volontarietà nell’omissione e nella condotta complessiva dell’imputato. Tuttavia, la qualificazione giuridica del reato da parte della procura è chiara: omicidio volontario con dolo eventuale, ipotesi che presuppone la consapevolezza del rischio mortale e l’accettazione della possibile conseguenza.

Un’accusa gravissima, supportata – finora – da una serie di elementi documentali e testimonianze che sembrano indicare non solo l’assenza di un intervento doveroso, ma un comportamento attivo nella sottrazione all’obbligo di soccorso. La procura sottolinea che Lovato avrebbe avuto il tempo, i mezzi e le capacità per chiamare un’ambulanza, ma che avrebbe preferito “proteggere sé stesso e l’azienda” piuttosto che salvare la vita del lavoratore.

Un caso che scuote la coscienza pubblica

La morte di Satnam Singh ha scosso l’opinione pubblica ben oltre i confini del Lazio. Per molti, rappresenta l’emblema delle condizioni disumane in cui operano migliaia di braccianti stranieri impiegati nelle campagne italiane. In particolare, la vicenda ha riacceso il dibattito sul caporalato, sullo sfruttamento sistemico dei lavoratori migranti e sull’assenza di tutele effettive per chi lavora in agricoltura, spesso in nero, senza contratto e senza accesso ai più elementari diritti.

Organizzazioni sindacali, associazioni per i diritti umani e diversi esponenti del mondo politico hanno chiesto che il processo faccia piena luce non solo sulla responsabilità individuale, ma anche sul contesto sistemico che ha reso possibile un simile epilogo.

Prossima udienza il 2 dicembre

Il processo proseguirà il 2 dicembre, data in cui saranno ascoltati altri testimoni, tra cui si attendono nuove voci dal mondo del lavoro agricolo, colleghi della vittima e figure tecniche che potranno contribuire a chiarire ulteriormente le dinamiche dell’incidente e il comportamento dell’imputato nei minuti successivi.

Intanto, il nome di Satnam Singh resta inciso nella cronaca italiana come simbolo di una tragedia che, secondo quanto sta emergendo in aula, poteva – e doveva – essere evitata. Un caso che interroga la giustizia, ma anche la società intera.

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