Roma – La tensione sul futuro dell’ex Ilva arriva a un nuovo punto di rottura. I sindacati dei metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato per il prossimo 16 ottobre uno sciopero nazionale che coinvolgerà tutti gli stabilimenti del gruppo siderurgico, da Taranto a Genova, da Novi Ligure a Racconigi, passando per Marghera e tutti gli altri presidi ancora attivi. Alla base della mobilitazione, l’assenza di segnali concreti da parte del governo sul futuro dell’azienda e la mancanza di una strategia industriale capace di invertire la rotta.
Il giudizio dei sindacati è netto. “È inaccettabile il silenzio del governo”, affermano in una nota congiunta Ferdinando Uliano (Fim), Michele De Palma (Fiom) e Rocco Palombella (Uilm). “Il tempo delle attese è finito. Ora servono decisioni chiare: lo Stato deve assumere la guida della ex Ilva con un forte intervento pubblico che guidi la transizione e il rilancio di un’azienda ormai al collasso”.
Una crisi senza fine
La ex Ilva – oggi Acciaierie d’Italia, joint venture tra Invitalia (per lo Stato) e ArcelorMittal – versa da anni in condizioni sempre più critiche, tra impianti parzialmente fermi, carenze manutentive, produzione in calo, problemi ambientali e tensioni sociali crescenti. Lo sciopero del 16 ottobre non nasce come un gesto isolato, ma si inserisce in un contesto di crisi industriale strutturale, acuita dall’assenza di un piano definito da parte dell’esecutivo su governance, investimenti e riconversione.
Il piano industriale presentato in passato da ArcelorMittal si è progressivamente svuotato di contenuti concreti, mentre il ruolo dello Stato – inizialmente pensato come supporto strategico tramite Invitalia – si è rivelato insufficiente per dare una reale direzione al processo di rilancio.
Secondo i sindacati, l’azienda “è giunta a un punto di non ritorno”: senza un cambio di passo deciso, il rischio non è solo la perdita definitiva della capacità produttiva siderurgica in Italia, ma anche la dispersione di un patrimonio industriale, professionale e tecnologico non più recuperabile.
Il nodo del controllo pubblico
Il punto centrale della protesta è la richiesta di una governance pubblica forte. I sindacati chiedono al governo Meloni di superare l’attuale impasse e di assumere direttamente il controllo dell’azienda, per avviare una transizione industriale e ambientale che sia realmente compatibile con i bisogni dei lavoratori, dei territori e della produzione nazionale di acciaio.
“Il governo – affermano Uliano, De Palma e Palombella – deve uscire dall’ambiguità e farsi carico delle proprie responsabilità. Servono investimenti mirati, garanzie occupazionali, chiarezza sugli impianti e una visione sul ruolo strategico che la siderurgia deve avere nel Paese”.
L’assenza di risposte, secondo i rappresentanti dei lavoratori, è un segnale di abbandono progressivo del settore e dei suoi lavoratori. Una condotta giudicata “irresponsabile” alla luce delle delicate sfide economiche ed energetiche che attendono l’industria italiana.
Le ricadute occupazionali e ambientali
Oltre agli aspetti produttivi, la crisi della ex Ilva porta con sé anche gravi ripercussioni sociali e ambientali. A Taranto, dove lo stabilimento principale continua a operare in condizioni complesse, resta aperta la questione del risanamento ambientale, mai completato. Le promesse di bonifica e riconversione si sono scontrate negli anni con tagli agli investimenti e difficoltà gestionali. La stessa tenuta occupazionale è in bilico: decine di migliaia di posti di lavoro, tra diretti e indiretti, sono a rischio, in un contesto già segnato da tensioni e incertezze.
La mobilitazione del 16 ottobre vuole riportare al centro del dibattito pubblico una questione troppo spesso rimossa o affrontata in modo frammentario. Per Fim, Fiom e Uilm, non si tratta solo della sorte di un’azienda, ma del futuro industriale del Paese e della capacità dell’Italia di mantenere una produzione strategica come quella dell’acciaio in un sistema industriale sempre più globalizzato.
Il messaggio ai vertici istituzionali
Lo sciopero nazionale del 16 ottobre sarà accompagnato da presidi, manifestazioni e iniziative territoriali in tutti i siti del gruppo. I sindacati lanciano un appello chiaro al governo e alle istituzioni: “Basta silenzi, basta rinvii: servono scelte politiche e industriali”. La richiesta è quella di convocare al più presto un tavolo interministeriale con la partecipazione dei rappresentanti sindacali, delle regioni coinvolte e dei vertici aziendali, per definire un piano credibile e sostenibile.
In assenza di risposte, avvertono Fim, Fiom e Uilm, la mobilitazione proseguirà e si allargherà. “Non possiamo permettere che l’acciaio italiano muoia nel silenzio delle istituzioni. La storia dell’ex Ilva merita un futuro, non un epilogo annunciato”.
Con lo sciopero del 16 ottobre, i lavoratori tornano a farsi sentire. E questa volta chiedono, con determinazione, una svolta vera.
