Un colpo assestato al cuore della criminalità organizzata del basso Salento. Con l’operazione “Pit Bull”, i Carabinieri del Comando provinciale di Lecce hanno smantellato una rete criminale che gestiva in modo capillare il traffico e lo spaccio di droga tra Racale, Alliste, Taviano, Melissano e Gallipoli, estendendo la propria influenza anche alle località balneari più frequentate.
L’alba di oggi ha visto scattare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia: 18 le persone raggiunte dal provvedimento (16 in carcere e una ai domiciliari) su un totale di 33 indagati. Le accuse sono pesantissime: associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, lesioni aggravate, tentata estorsione, ricettazione e detenzione abusiva di armi, il tutto aggravato dal metodo mafioso.
A eseguire il blitz, 110 militari supportati dallo Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia”, dal Nucleo Cinofili di Bari e dall’11° Reggimento Carabinieri “Puglia”.
L’episodio che ha acceso i riflettori
La scintilla che ha fatto emergere l’intera struttura criminale risale a marzo 2022. Un ventiduenne di Taviano viene attirato con il pretesto di un chiarimento: in realtà lo attende un pestaggio feroce. Colpito e minacciato per un debito di droga, il giovane è costretto a consegnare 700 euro e persino accompagnare i suoi aggressori a casa per recuperare il denaro. La violenza non si ferma lì: gli vengono sottratte le chiavi dell’auto, per impedirgli di fuggire.
Un episodio che, da solo, avrebbe potuto riempire le cronache nere locali. Ma per gli investigatori rappresentò la punta dell’iceberg: dietro quelle violenze c’era una rete ramificata, capace di imporre il proprio potere con modalità tipiche della Sacra Corona Unita.
L’erede del clan e il peso del cognome
Gli inquirenti hanno individuato nel trentunenne Vito Paolo Vacca il vertice della riorganizzazione criminale. Non un nome qualsiasi: nipote di Vito Paolo Troisi, storico capo clan, e figlio di Angelo Salvatore Vacca, ergastolano per omicidio, morto il 23 agosto 2024 mentre si trovava ai domiciliari per gravi patologie.
Il giovane avrebbe raccolto l’eredità paterna e familiare, sfruttando il carisma del cognome e la disponibilità di armi. La morte del padre fu segnata da un funerale imponente, celebrato a Racale con una carrozza dorata trainata da quattro cavalli neri: un rito ostentato, che secondo gli inquirenti servì a riaffermare pubblicamente la presenza della cosca sul territorio.
Le donne, pilastro dell’organizzazione
A sorpresa, una parte centrale del sistema criminale era affidata alle donne. Sei di loro, tutte raggiunte da misure cautelari, gestivano lo spaccio e lo stoccaggio della droga. La moglie di Vacca ne assumeva il ruolo di reggente in caso di assenza del marito: sovrintendeva alle forniture, alla preparazione delle dosi, ai nascondigli e alla contabilità degli affari.
Un lavoro quotidiano che richiedeva astuzia e metodo. La droga veniva nascosta in buste della spesa o cartoni di vino e detersivi per passare inosservata. Dopo il confezionamento, i residui del cellophane erano sistematicamente bruciati per cancellare odori e tracce.
Il nome dell’operazione e il linguaggio in codice
Il nome “Pit Bull” non è casuale: durante un intervento preliminare, i Carabinieri furono aggrediti da cani di questa razza, posti a guardia della casa di un sodale. Un episodio che simboleggiava la natura aggressiva e difensiva del clan.
Nelle conversazioni intercettate, la droga veniva chiamata con parole in codice come “cento” o “pietre”. In una circostanza, lo stesso Vacca parla di un’operazione da 774 mila euro destinata a fruttare oltre due milioni, a conferma della portata industriale del traffico.
Intercettazioni, pedinamenti e ricognizioni aeree
Dietro i risultati di oggi c’è un lavoro investigativo lungo e meticoloso. Intercettazioni telefoniche e telematiche, osservazioni sul campo, pedinamenti e perfino ricognizioni dall’alto hanno permesso di ricostruire i flussi dello stupefacente: cocaina, eroina, marijuana e hashish. Una rete di distribuzione che alimentava il mercato non solo nelle cittadine del Salento ma anche nelle mete balneari più gettonate, dove la domanda cresce nei mesi estivi.
Il colpo finale
Il bilancio dell’operazione è imponente: sette arresti in flagranza, il sequestro di 22 chili di cocaina, 10 chili di marijuana, 3,5 chili di eroina, 9 chili di hashish e beni per circa 91 mila euro.
Il gip di Lecce ha giudicato gravi e consistenti gli elementi raccolti, disponendo l’ordinanza di custodia cautelare eseguita questa mattina.
Per la DDA e per i Carabinieri si tratta di un successo investigativo che colpisce al cuore un clan radicato, capace di adattarsi ai tempi e di mantenere intatto il legame con la tradizione mafiosa della Sacra Corona Unita. Un’organizzazione che puntava a trasformare il traffico di droga in una fonte stabile di potere e ricchezza, e che oggi vede incrinarsi la sua struttura sotto il peso delle indagini.
