6 Ottobre 2026, martedì
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Gaza, la diplomazia si accende all’Onu: Francia e Arabia Saudita guidano la Conferenza sulla soluzione a due Stati. Israele: “Parole vuote”

Regno Unito, Australia, Canada e Portogallo riconoscono la Palestina alla vigilia dell’Assemblea generale. Netanyahu: “Mai uno Stato palestinese”. La Santa Sede rinnova l’appello alla pace, mentre i falchi dell’ultradestra israeliana invocano l’occupazione totale della Cisgiordania.

La questione mediorientale torna al centro della scena internazionale. Oggi, 22 settembre, si apre a New York l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dedicata alla soluzione a due Stati, presieduta congiuntamente da Francia e Arabia Saudita. Un appuntamento che arriva in un momento di forti tensioni politiche e simboliche: alla vigilia del vertice, infatti, Regno Unito, Australia, Canada e Portogallo hanno annunciato ufficialmente il riconoscimento dello Stato di Palestina, portando a oltre 150 il numero dei Paesi che hanno compiuto questo passo.

Un gesto che ha immediatamente provocato reazioni contrastanti. Se da un lato l’iniziativa è stata salutata come un segnale di sostegno al popolo palestinese, dall’altro Israele ha liquidato le nuove adesioni come “dichiarazioni inutili e vuote”, ritenendole prive di effetti concreti sul terreno. A rincarare la dose, il premier Benjamin Netanyahu, che in un discorso dai toni durissimi ha ribadito: “Non ci sarà alcuno Stato palestinese. Un simile riconoscimento mette in pericolo la stessa esistenza di Israele”.

Alle parole di Netanyahu si sono aggiunte quelle, ancora più radicali, dei ministri dell’ultradestra Itamar Ben Gvir e Miki Zohar, i quali hanno spinto l’acceleratore sull’opzione militare proponendo addirittura “l’occupazione totale della Cisgiordania” come rappresaglia politica e territoriale. Un’ipotesi che, seppur priva di sostegno all’interno della comunità internazionale, conferma l’escalation verbale che attraversa lo scenario politico israeliano.

Gli Stati Uniti, storico alleato di Tel Aviv, hanno mantenuto una posizione più sfumata. Washington ha definito il riconoscimento della Palestina da parte di Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo “un atto puramente simbolico”, ribadendo che l’obiettivo della Casa Bianca resta quello di “una diplomazia seria, non gesti di scena”. Dietro le quinte, la linea americana resta orientata a mantenere aperto un canale negoziale, ma senza avallare iniziative che rischiano di irrigidire ulteriormente le parti.

Sul fronte morale e umanitario, è tornata a farsi sentire la voce di Papa Francesco. In un nuovo monito rivolto alla comunità internazionale, il Pontefice ha invocato “la fine della violenza e dell’esilio forzato” per “Gaza martoriata”, richiamando l’urgenza di un impegno condiviso per la pace e per la protezione dei civili.

Intanto, cresce la tensione anche sul mare. Secondo fonti locali, è in aumento l’attività aerea di sorveglianza attorno alla “Global Sumud Flotilla”, la nuova missione internazionale diretta verso Gaza per rompere l’assedio e portare aiuti umanitari. Una mobilitazione che rischia di trasformarsi in un ulteriore terreno di frizione tra Israele e la comunità internazionale.

La conferenza di New York, con la regia di Parigi e Riad, si presenta dunque come un banco di prova cruciale. Sul tavolo c’è il tema, da decenni irrisolto, della coesistenza tra due Stati sovrani, Israele e Palestina. Ma le prospettive di un dialogo concreto appaiono più fragili che mai, strette tra la fermezza di Israele, le pressioni dell’ultradestra e le dichiarazioni di principio di una comunità internazionale divisa tra simboli e pragmatismo.

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