6 Novembre 2026, venerdì
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Separazione delle carriere, la Camera dà il via libera: scontro acceso in Aula e referendum all’orizzonte

Approvata in terza lettura la riforma costituzionale voluta dal governo. Manca solo il passaggio al Senato. Non essendo stati raggiunti i due terzi, sarà necessario il voto popolare. Bagarre tra maggioranza e opposizione dopo il voto. Meloni: “Una riforma storica”

Roma — La Camera dei Deputati ha approvato, in terza lettura, il disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, un provvedimento chiave nella riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Il testo ha ottenuto 243 voti favorevoli e 109 contrari, superando la soglia della maggioranza assoluta richiesta per l’approvazione ma non quella dei due terzi dell’Aula, che avrebbe reso superfluo il passaggio referendario. Il disegno di legge è ora atteso per la quarta e definitiva lettura in Senato.

La seduta, già carica di tensione politica, si è chiusa con momenti di forte agitazione. Subito dopo l’annuncio del voto favorevole, tra i banchi della maggioranza sono partiti applausi e manifestazioni di giubilo, interpretati dalle opposizioni come un gesto di provocazione. Alcuni parlamentari si sono avvicinati all’area riservata all’esecutivo, dando vita a una bagarre che ha reso necessario l’intervento del presidente di turno, Sergio Costa. Dopo richiami ripetuti e senza esito, Costa ha sospeso temporaneamente i lavori. La seduta è poi ripresa, ma le tensioni non si sono placate: l’opposizione ha ribadito le proprie critiche, stigmatizzando l’atteggiamento della maggioranza e chiedendo che il governo riferisse in Aula anche sulla crisi in Medio Oriente, con particolare riferimento alla situazione a Gaza.

In Aula, al momento del voto, erano presenti numerosi esponenti dell’esecutivo, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti, Eugenia Roccella, Antonio Tajani, Carlo Nordio, Andrea Delmastro Delle Vedove e Francesco Paolo Sisto. Proprio il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, grande sponsor della riforma, ha espresso la propria soddisfazione in toni colloquiali: “Vado a festeggiare questa bellissima giornata con uno spritz”, ha dichiarato sorridendo ai giornalisti nel Transatlantico di Montecitorio, aggiungendo: “Non abbiamo applaudito per scherno, ma è normale un certo entusiasmo dopo un voto importante come questo”.

Secondo Nordio, le proteste delle opposizioni sarebbero legate alla frustrazione per una sconfitta politica evidente: “In politica, chi perde tenta spesso di distogliere l’attenzione dalla sostanza con diversivi. La bagarre non toglie nulla alla portata storica della riforma”. Il Guardasigilli ha poi sottolineato che il provvedimento non deve essere interpretato come una delegittimazione della magistratura: “Non è una sconfitta per la giurisdizione, tanto meno un’umiliazione per la magistratura, alla quale mi sento ancora di appartenere”.

Sulla stessa linea anche il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha già messo nel mirino il prossimo passaggio decisivo: “Ora ci sarà il referendum. Siamo pronti alla campagna elettorale. La riforma è giusta e necessaria. Già ai tempi di Bettino Craxi il Paese si era espresso a favore di una separazione delle carriere. Lavoreremo per far capire ai cittadini l’importanza di questa svolta”.

Dal canto suo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato l’approvazione con toni enfatici: “Con il voto della Camera, portiamo avanti un percorso di riforma atteso da anni. Continueremo a lavorare per garantire un sistema giudiziario più efficiente e trasparente. Ora avanti con determinazione verso l’ultimo passaggio al Senato. L’obiettivo è consegnare all’Italia una riforma storica”.

Il cuore della riforma: separazione tra giudici e pubblici ministeri

Il disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere mira a distinguere in modo netto i percorsi professionali e ordinamentali dei magistrati giudicanti (i giudici) e di quelli requirenti (i pubblici ministeri). Attualmente, in Italia, entrambe le figure appartengono a un unico ordine, possono transitare da una funzione all’altra nel corso della carriera e sono sottoposte a un unico organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

La riforma prevede che giudici e PM abbiano carriere distinte fin dall’ingresso in magistratura, con concorsi separati, percorsi di formazione autonomi e due diversi Consigli Superiori della Magistratura, ciascuno competente per la rispettiva funzione. Si tratta di un cambiamento strutturale che modificherebbe profondamente l’architettura costituzionale della magistratura italiana, incidendo sull’equilibrio dei poteri e sulle garanzie di indipendenza interna alla giurisdizione.

I sostenitori del provvedimento lo ritengono uno strumento per garantire l’imparzialità del giudice e l’equità del processo, evitando commistioni tra funzione inquirente e giudicante. I critici, invece, temono un indebolimento dell’autonomia della magistratura, il rischio di un controllo politico più penetrante sul pubblico ministero e un possibile squilibrio nel sistema delle garanzie.

Referendum confermativo: cosa succede ora

Trattandosi di una legge di revisione costituzionale, il testo dovrà ora affrontare la quarta e ultima lettura in Senato. Se, anche in quell’occasione, non verranno raggiunti i due terzi dei voti, come appare probabile, si aprirà la strada al referendum confermativo. La Costituzione prevede infatti che, in assenza della maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le Camere, il testo debba essere sottoposto a consultazione popolare.

Il referendum, che potrebbe tenersi nella primavera del 2026, non prevede il quorum: l’esito sarà valido qualunque sia l’affluenza. La campagna referendaria, già evocata da Tajani, si preannuncia tesa e polarizzante, con le opposizioni pronte a mobilitarsi contro la riforma e la maggioranza determinata a giocare fino in fondo la partita.

Un passaggio cruciale nel progetto di riforma della giustizia

La separazione delle carriere è uno dei capisaldi della più ampia riforma della giustizia annunciata dal governo fin dall’inizio della legislatura. Si tratta di un intervento che ha suscitato per anni ampio dibattito nel mondo giuridico e politico. Il centrodestra lo sostiene da decenni, mentre il centrosinistra e buona parte della magistratura associata si sono sempre mostrati contrari o molto cauti.

Il passaggio parlamentare appena concluso rappresenta dunque una svolta importante, che segna una netta presa di posizione da parte dell’esecutivo e della sua maggioranza. La reazione veemente delle opposizioni, così come le forti tensioni registrate in Aula, sono lo specchio di una riforma che incide su uno dei nodi più delicati dell’assetto democratico: il rapporto tra potere politico e potere giudiziario.

Nel prosieguo dell’iter, il confronto si sposterà ora a Palazzo Madama. Ma lo sguardo è già rivolto al referendum, dove sarà l’elettorato a pronunciarsi su una delle riforme più controverse e ambiziose degli ultimi decenni. Sarà una sfida politica e culturale ad alta intensità, destinata a lasciare un segno profondo nell’ordinamento costituzionale italiano.

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