2 Luglio 2026, giovedì
HomeItaliaCronacaStudente suicida, un calvario lungo cinque anni

Studente suicida, un calvario lungo cinque anni

La mamma: «Era una preda dei bulli, i prof non lo difendevano» — Istituto ispezionato, la procura apre un fascicolo per istigazione e aiuto al suicidio

Era la vigilia del ritorno in classe quando Paolo, quindicenne di Santi Cosma e Damiano (Latina), ha deciso di togliersi la vita nella sua cameretta. Si è impiccato: una scelta disperata che chi lo conosce descrive come l’esito tragico di un calvario protrattosi per anni, dall’ultimo anno della primaria fino al primo anno dell’istituto tecnico informatico. La sua famiglia parla di aggressioni ripetute, di segnalazioni inascoltate e di un ragazzo «maturo, con un lessico particolare, pacato ed educato», che però — racconta la madre — è stato progressivamente isolato e vittima di vessazioni.

Il racconto della madre e della famiglia
Simonetta La Marra, madre di Paolo, restituisce un quadro di dolore e impotenza: «Mio figlio Paolo era una preda. Ogni volta che subiva un episodio i professori non placavano gli animi, non lo difendevano, urlavano come se fosse lui dalla parte sbagliata». I genitori raccontano che il primo episodio grave risale all’ultimo anno della scuola elementare, quando un compagno lo minacciò tenendo in mano un cacciavite di plastica, gridando «Io ti uccido». Fu presentata denuncia ai carabinieri; nei mesi e negli anni successivi la famiglia continuò a cercare aiuto attraverso telefonate alla scuola e raccomandate inviate al Provveditorato, operazioni che — dicono — non produssero risultati concreti.

La persecuzione non si fermò con il cambio di scuola: durante la scuola media Paolo si trasferì nel vicino comune di Castelforte per completare il ciclo, ma anche lì la persecuzione proseguì. «Ultimamente mi diceva sempre: “È finita la libertà, devo tornare a scuola” — ricorda la madre —. Io lo consolavo. Se avessi saputo che andava a finire così non l’avrei più mandato». Anche il fratello testimonia l’esistenza di numerose conversazioni e chat di gruppo che, secondo la famiglia, documenterebbero gli episodi di abuso.

Inchiesta penale e attività ispettiva
Sulla vicenda è intervenuta la Procura di Cassino, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per i reati di istigazione e aiuto al suicidio. Sono stati sequestrati diversi telefoni cellulari e computer nell’ambito delle indagini: elementi che la procura ritiene utili per ricostruire le dinamiche delle relazioni tra il ragazzo e i suoi compagni e per accertare eventuali responsabilità.

Il caso ha suscitato anche la reazione del Ministero dell’Istruzione: il ministro Giuseppe Valditara ha reso noto di aver inviato ispettori nelle scuole frequentate dal ragazzo per verificare se la normativa è stata rispettata e per valutare le responsabilità gestionali e didattiche. In un post pubblicato su X, il ministro ha sottolineato l’importanza della trasparenza riguardo all’esito delle ispezioni e ha ricordato che l’attività ispettiva deve confrontarsi con gli esiti dell’indagine penale, che in alcuni passaggi può rendere riservate alcune fonti. «L’impegno costante contro il bullismo è il pilastro per radicare la cultura del rispetto», si legge nel resoconto ufficiale pubblicato dal ministero, che spiega anche come gli ispettori stiano svolgendo audizioni con soggetti interni alla scuola e con i genitori.

Limiti alle informazioni e punti ancora da chiarire
L’indagine penale è ancora in corso e comporta vincoli alla divulgazione di alcune informazioni; per questo motivo molte delle testimonianze e delle prove raccolte sono tuttora sottoposte a segreto investigativo. La famiglia parla di «decine di chat e infinite discussioni in gruppi scolastici» che proverebbero la sistematicità degli episodi, ma la verifica formale di tali elementi rimane materia dell’inchiesta e dell’istruttoria amministrativa avviata dagli ispettori ministeriali.

Un’assenza che pesa: la reazione della scuola
La versione fornita dai familiari mette in luce un aspetto che salta all’occhio nelle denunce di episodi di bullismo che arrivano al dramma: la percezione, da parte delle vittime e delle loro famiglie, di una risposta inadeguata o insufficiente da parte dell’istituzione scolastica. L’accusa principale mossa dalla mamma è che, in più occasioni, i docenti non solo non avrebbero protetto Paolo, ma avrebbero contribuito a farlo sentire isolato o in difetto, «urlando come se fosse lui dalla parte sbagliata».

Questo elemento — se confermato dalle audizioni e dagli esiti ispettivi — avrebbe implicazioni rilevanti sui doveri di tutela che gravano sulle istituzioni scolastiche: non soltanto misure disciplinari e sanzionatorie nei confronti di singoli studenti, ma anche l’adeguatezza delle procedure di segnalazione, la formazione del personale docente sul tema del contrasto al bullismo e la capacità delle scuole di attivare percorsi di prevenzione e supporto per le vittime.

La dimensione umana: il ritratto di un ragazzo
Tra i dettagli ripetuti dalla famiglia emerge il ritratto di un ragazzo silenzioso, attento e con un linguaggio che la madre definisce «particolare, pacato ed educato». È un ritratto che restituisce la tragicità del caso: non uno studente “problematico” agli occhi dei genitori, ma un ragazzo che — per ragioni difficili da ricostruire senza le prove delle indagini — è diventato bersaglio di comportamenti graduali e ripetuti fino al gesto estremo.

Cosa succede adesso
Le indagini penali proseguono. La Procura di Cassino dovrà valutare la responsabilità penale degli eventuali autori dell’istigazione o dell’aiuto al suicidio e ricostruire la catena degli eventi attraverso l’esame dei dispositivi sequestrati e le audizioni delle persone coinvolte. Parallelamente gli ispettori del Ministero dell’Istruzione stanno ascoltando docenti, personale scolastico, compagni e genitori per verificare il rispetto delle norme e l’adeguatezza delle risposte istituzionali.

Al di là dell’esito giudiziario, il caso riapre interrogativi più ampi sul funzionamento delle scuole nella prevenzione e nel contrasto del bullismo, sull’efficacia delle procedure di segnalazione e tutela, e sul bisogno di strumenti concreti per la protezione dei minori: dalla formazione obbligatoria del personale all’implementazione di percorsi di ascolto e supporto psicologico, fino a una più efficace integrazione con le forze dell’ordine e gli uffici territoriali preposti.

Una famiglia, una comunità, un paese che chiedono risposte
Di fronte a una perdita così violenta restano il dolore dei familiari, la richiesta di verità e la necessità di risposte istituzionali chiare. La madre di Paolo ha voluto rendere pubblica la sua denuncia perché quello che è accaduto al figlio non resti un caso isolato e perché possa servire a evitare che altri giovani vivano la stessa esperienza di sofferenza e isolamento. Le indagini in corso e l’attività ispettiva chiamano ora a una verifica rigorosa, che dovrà stabilire responsabilità, ricostruire fatti e — soprattutto — offrire ai cittadini la trasparenza promessa dalle istituzioni.

Fino a quando non saranno noti gli esiti delle indagini penali e delle ispezioni ministeriali, molte domande resteranno aperte. Ma una certezza terribile è già davanti a tutti: un ragazzo di quindici anni è morto nella sua cameretta, e la sua famiglia chiede verità e giustizia per capire chi, come e perché lo ha spinto a compiere un gesto irreparabile.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti