6 Ottobre 2026, martedì
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Gaza, esplosioni telecomandate nel cuore della città. Israele fa brillare blindati pieni di esplosivo: offensiva totale

L’IDF schiera mezzi corazzati senza equipaggio carichi di esplosivo per radere al suolo edifici e tunnel: Gaza City sotto assedio. L’operazione, dal chiaro impatto devastante su civili e infrastrutture, si svolge nell’assordante silenzio della comunità internazionale. Mentre Trump benedice l'azione, il governo italiano e l'UE giocano a nascondino con la realtà.

GERUSALEMME – Mentre la Striscia di Gaza sprofonda sotto l’offensiva più distruttiva degli ultimi anni, l’esercito israeliano ha lanciato una nuova fase delle operazioni su Gaza City facendo esplodere blindati telecomandati carichi di tonnellate di esplosivo. Si tratta di vecchi veicoli corazzati M113, ormai dismessi, riconvertiti in ordigni semoventi e guidati da remoto fino al cuore della città, dove vengono fatti brillare per distruggere interi edifici, tunnel sotterranei e infrastrutture civili.

Le esplosioni – avvertite nella notte e nelle prime ore del giorno fino a Tel Aviv e in gran parte del sud di Israele – segnano l’ingresso in una fase di guerra urbana senza precedenti, dove la sproporzione tra obiettivi militari e conseguenze umane è ormai sotto gli occhi di tutti, tranne che delle cancellerie occidentali.

Strategia brutale sotto controllo remoto

Secondo quanto reso noto dall’IDF, i mezzi vengono guidati a distanza attraverso sistemi di controllo elettronico e utilizzati come “bombe mobili” per sgomberare zone da potenziali minacce prima che le truppe avanzino. Una tattica che, pur tecnicamente sofisticata, cancella ogni distinzione tra obiettivi militari e presenza civile, in un teatro di guerra dove i civili non hanno vie di fuga.

Le immagini satellitari e le testimonianze locali descrivono interi isolati rasi al suolo, e lo scenario – già gravemente compromesso da settimane di attacchi – assume ora i contorni di una devastazione pianificata, scientifica, asettica. Un’azione che in molti osservatori non esitano più a definire come sistematicamente disumana, nel suo calcolo chirurgico e nella sua assenza di remore.

La benedizione di Trump: carta bianca all’annientamento

Nel silenzio delle istituzioni internazionali, spicca invece il plauso esplicito di Donald Trump, che, tornato al centro della scena politica americana, ha sostenuto l’azione israeliana definendola “necessaria” e “un atto di autodifesa”. Un sostegno non solo politico ma morale, che contribuisce a legittimare, nella narrazione occidentale, l’impiego di strumenti di distruzione che violano ogni principio di proporzionalità e di diritto internazionale umanitario.

Trump non è nuovo a posizioni di appoggio incondizionato alla linea più dura del governo israeliano. Ma l’avallo tacito a un’operazione che sta cancellando intere porzioni di territorio urbano con la popolazione ancora presente rappresenta un salto di qualità, anzi un precipizio. È il sigillo politico su un’azione che trasforma Gaza in un laboratorio di guerra asimmetrica, dove l’equilibrio tra tecnologia militare e presenza umana viene spezzato a favore della prima, in modo irreversibile.

L’Italia gioca a carte coperte, l’Europa si benda da sola

Mentre a Gaza si fa esplodere il suolo metro per metro, a Roma il governo italiano è impegnato in un gioco delle tre carte che oscilla tra dichiarazioni di preoccupazione e forniture di armamenti. Da un lato si parla di diplomazia, dall’altro si mantengono rapporti stretti, e poco trasparenti, con i vertici militari israeliani. Nessuna presa di posizione netta, nessuna condanna esplicita dell’uso di mezzi che rientrano ormai nella categoria delle operazioni a rischio crimine di guerra. Solo retorica stanca e parole vuote.

Allo stesso modo, l’Unione Europea prosegue la sua partita di mosca cieca, incapace di nominare con chiarezza chi fa cosa, prigioniera delle proprie divisioni interne e dell’ossessione di non disturbare i grandi attori geopolitici. Bruxelles si limita a “esprimere preoccupazione”, mentre Gaza implode e gli ospedali cessano di funzionare uno dopo l’altro. Ogni giorno in più di ambiguità diplomatica rafforza la sensazione che l’Europa, pur sapendo tutto, scelga deliberatamente di non vedere.

Gaza: il campo di battaglia dove il diritto è sospeso

In questo contesto, l’offensiva israeliana appare sempre meno una guerra nel senso classico del termine, e sempre più una campagna di annientamento a tappe, strutturata su assenza di regole, impiego di tecnologie robotiche, massima riduzione del rischio per chi attacca, e totale trascuratezza per chi si trova nel mirino.

I blindati esplosivi telecomandati, lontani dal rappresentare un’innovazione in senso difensivo, mostrano un orizzonte distopico dove il nemico non è più definito da una divisa o da un’arma in pugno, ma dall’intero contesto urbano in cui si trova. Gaza City, in questa narrazione, non è una città da liberare o assediare, ma una griglia da smantellare pezzo per pezzo.

L’offensiva continua, ma le domande restano

Le operazioni proseguono. L’IDF segnala avanzamenti e abbattimenti di tunnel. Ma al di là degli obiettivi militari, resta l’ombra lunga di una strategia che punta alla disgregazione materiale, morale e demografica di un territorio. Il danno è irreparabile, non solo per chi muore sotto le macerie, ma per l’idea stessa di un ordine internazionale fondato sul diritto, sulla proporzione, sulla tutela dei civili.

A Gaza si combatte una guerra visibile e un’altra invisibile: la prima fa rumore, l’altra si consuma tra omissioni, silenzi e ambiguità politiche. Chi continua a non scegliere da che parte stare, ne sarà comunque complice.

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