Non è soltanto l’ennesima vicenda di sfruttamento camuffato dietro contratti fittizi e società di comodo. A Montemurlo, nel cuore del distretto tessile di Prato, il quadro che emerge va oltre i confini delle pur tristemente note pratiche del caporalato. Qui, secondo le denunce presentate dal sindacato di base e confermate da immagini video circolate in rete, i lavoratori che hanno osato protestare non sono stati solo ricattati o licenziati, ma addirittura aggrediti fisicamente, con il ricorso a picchiatori chiamati ad hoc per reprimere la mobilitazione.
Lo scenario è quello ben noto nel mondo degli appalti irregolari: società costituite come cooperative o srl di facciata, che gestiscono la manodopera a condizioni disumane – turni estenuanti, salari da fame, totale assenza di contributi e ritenute fiscali – e che vengono fatte sparire in fretta, prima dell’arrivo dei controlli, per essere rimpiazzate da nuove sigle create con lo stesso scopo. Una catena di sostituzioni che ha un solo obiettivo: sfruttare la forza lavoro, in larga parte composta da stranieri, e abbattere ogni costo, anche a scapito della legalità.
Ma a Montemurlo si è verificato un salto di qualità drammatico: alla violenza economica e contrattuale si è sommata la violenza fisica, esercitata davanti ai cancelli della fabbrica L’Alba Srl. Le immagini di lavoratori picchiati mentre rivendicavano i propri diritti hanno suscitato indignazione e aperto un fronte politico che va ben oltre i confini locali.
Il Partito Democratico di Prato è intervenuto chiedendo l’individuazione delle responsabilità e provvedimenti immediati. E dalla segreteria nazionale del PD è arrivata la condanna netta. «Continueremo con determinazione la nostra battaglia, in Parlamento e nel Paese, contro ogni forma di sfruttamento, per la difesa dei diritti dei lavoratori, contro il caporalato, i falsi appalti, l’intermediazione illecita di manodopera», ha dichiarato in una nota Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro del partito.
La dirigente dem ha anche puntato il dito contro la grande committenza: «Chiederemo con forza che gli importanti marchi della moda per cui questo sottobosco di imprese lavora non si tirino fuori dalle proprie responsabilità. Le filiere produttive devono essere trasparenti e rispettose della dignità dei lavoratori».
Il caso Montemurlo, dunque, non appare come un episodio isolato, ma come l’emblema di un sistema che da anni affianca alle eccellenze del distretto pratese un “lato oscuro” fatto di illegalità e sfruttamento. Una realtà che oggi non può più essere ignorata, né dalle istituzioni né dal mondo della moda che da queste filiere trae profitto.
