16 Agosto 2026, domenica
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Addio a Robert Redford, il volto gentile del cinema americano che ha unito fascino e impegno

Si è spento a 89 anni nella sua casa nello Utah il grande attore e regista, simbolo di un’epoca e pioniere del cinema indipendente. Con lui scompare una leggenda che ha attraversato decenni con eleganza, coscienza civile e amore per le storie autentiche.

Robert Redford è morto nel sonno a 89 anni, nella sua casa nello Utah. Con la sua scomparsa si chiude un capitolo irripetibile della storia del cinema americano e internazionale. Attore, regista, produttore, attivista, Redford è stato molto più che una star: era un pensatore, un costruttore di visioni, un uomo capace di coniugare il glamour con la profondità, il successo con la coerenza.

È stato uno degli ultimi interpreti a saper incarnare l’ideale hollywoodiano con grazia e misura, senza mai rinunciare all’integrità intellettuale. Protagonista indiscusso del grande schermo dagli anni Sessanta in poi, è stato una figura chiave tanto nel cinema commerciale quanto in quello di ricerca, riuscendo a tracciare una rotta personale che ha ispirato generazioni di artisti.

L’attore dal volto pulito, lo sguardo inquieto

Il grande pubblico lo scopre nel 1969 in sella accanto a Paul Newman in Butch Cassidy and the Sundance Kid: è il ruolo che lo consacra a icona planetaria. Il suo sorriso schietto, l’intensità dello sguardo, la naturalezza nel muoversi davanti alla macchina da presa lo rendono immediatamente inconfondibile. Da quel momento, Redford entra a far parte in pianta stabile dell’immaginario collettivo.

Negli anni Settanta firma una sequenza di interpretazioni indimenticabili: La stangata, ancora con Newman, Come eravamo con Barbra Streisand, I tre giorni del Condor, Il grande Gatsby, La mia Africa, e soprattutto Tutti gli uomini del presidente, in cui veste i panni del giornalista Bob Woodward nell’inchiesta sullo scandalo Watergate. Ruoli diversi ma legati da un tratto comune: il desiderio di raccontare la verità, anche quando è scomoda.

Il passaggio alla regia e la nascita di un nuovo cinema

Redford non si è mai accontentato della superficie. All’inizio degli anni Ottanta passa dietro la macchina da presa e, al primo tentativo, conquista l’Oscar alla regia con Gente comune, una riflessione intima sul dolore, sulla fragilità dei rapporti familiari. Da quel momento la sua carriera registica si arricchisce di titoli memorabili: In mezzo scorre il fiume, Quiz Show, L’uomo che sussurrava ai cavalli. Film diversi tra loro, ma accomunati da una tensione costante verso la verità emotiva, l’autenticità, l’umanità delle storie.

Nel frattempo, Redford fonda il Sundance Institute e il Sundance Film Festival, diventando il principale mecenate del cinema indipendente americano. Sotto la sua guida, Sundance diventa un osservatorio privilegiato per nuovi talenti e linguaggi, un luogo dove il cinema può ancora essere sperimentazione, voce fuori dal coro, spazio di resistenza culturale.

Il privato, l’impegno, la coerenza

La sua vita privata è stata segnata da amori, lutti e un costante impegno civile. Dal matrimonio con Lola Van Wagenen sono nati quattro figli, ma la famiglia è stata colpita da due tragiche perdite: la morte del primogenito Scott, morto a pochi mesi, e quella di James, scomparso nel 2020. Dal 2009 era sposato con la pittrice tedesca Sibylle Szaggars, sua compagna anche nel lavoro artistico e nell’impegno per l’ambiente.

Il suo attivismo, sempre sobrio e mai strillato, ha abbracciato cause ambientali, diritti civili, pluralismo culturale. Per lui l’arte era responsabilità. Non ha mai usato la fama come scudo, ma come mezzo. Ha sempre parlato attraverso i film, i festival, le iniziative educative. Ha scelto la discrezione al posto della retorica, e la continuità al posto delle mode.

Il congedo

Negli ultimi anni aveva progressivamente ridotto le apparizioni pubbliche, ma la sua presenza nel mondo del cinema restava fortissima. Nel 2013 stupì il pubblico con All Is Lost, film quasi muto in cui, da solo su una barca in mezzo all’oceano, combatte contro la morte. Un’opera estrema, essenziale, che molti considerarono il suo testamento artistico.

Il suo ultimo ruolo da protagonista risale al 2018 con The Old Man & the Gun, la storia di un rapinatore gentiluomo in fuga, raccontata con ironia e malinconia. Un congedo perfetto: un uomo che corre, che sorride, che non si arrende mai fino alla fine.

L’eredità

Con Robert Redford se ne va una parte dell’identità culturale del secondo Novecento americano. La sua parabola incarna lo spirito di un’epoca: la fiducia nel cambiamento, la bellezza della disobbedienza gentile, la possibilità di coniugare successo e contenuto, fama e etica. È stato un ponte tra il classicismo hollywoodiano e la modernità del cinema indipendente. È stato un volto, ma anche un’idea.

Il vuoto che lascia non riguarda solo i cinefili o gli addetti ai lavori: riguarda chiunque abbia amato un cinema capace di emozionare e pensare, di denunciare e accarezzare, di intrattenere e riflettere. Era un romantico, un combattente, un narratore. E con la sua morte, il cinema perde uno dei suoi interpreti più nobili. Ma le sue storie, i suoi silenzi, il suo sguardo resteranno per sempre.

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