6 Ottobre 2026, martedì
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Cassazione, annullato il licenziamento di Stefano Puzzer: la rivincita del leader delle proteste No Green Pass

La Suprema Corte dà ragione all’ex sindacalista triestino: illegittimo il provvedimento di allontanamento dal lavoro. Ora sarà la Corte d’Appello di Venezia a decidere sull’eventuale reintegro. “La soddisfazione più grande è aver difeso i miei diritti e avercela fatta”.

TRIESTE – A distanza di oltre tre anni dall’inizio delle proteste contro l’obbligo di Green Pass sui luoghi di lavoro, la Cassazione ha messo un punto fermo sulla vicenda di Stefano Puzzer, il portuale triestino divenuto simbolo di una delle contestazioni più controverse e partecipate del recente passato italiano. La Suprema Corte ha infatti accolto il ricorso presentato dai legali di Puzzer contro il licenziamento inflittogli il 16 aprile 2022 dall’Agenzia per il Lavoro Portuale di Trieste (Alpt), annullando la sentenza della Corte d’Appello del capoluogo giuliano.

Un verdetto che segna una vittoria personale per l’ex sindacalista, ma anche un precedente giuridico destinato a far discutere, in una stagione in cui le tensioni tra diritti individuali e obblighi collettivi sono tornate a imporsi nel dibattito pubblico.

Dalla protesta al licenziamento: la genesi della vicenda

Il nome di Stefano Puzzer ha fatto irruzione sulla scena nazionale nell’autunno del 2021, quando — da coordinatore del sindacato autonomo Clpt — diede vita a una protesta ad oltranza contro l’introduzione del Green Pass obbligatorio nei luoghi di lavoro. Il presidio, iniziato il 15 ottobre davanti al Varco IV del Porto di Trieste, ebbe un’eco immediata e inaspettata.

Nel giro di pochi giorni, la manifestazione assunse proporzioni imponenti, trasformandosi in un punto di riferimento per il movimento No Green Pass e per alcune frange della galassia No Vax. Migliaia di persone raggiunsero Trieste da diverse regioni italiane, attirate da un clima di forte mobilitazione. Alcuni gruppi estremisti si unirono alla protesta, contribuendo a un’escalation che sfociò, il 18 ottobre, nello sgombero del varco portuale da parte delle forze dell’ordine, con l’uso di idranti.

Successivamente, una parte del presidio si spostò in piazza Unità d’Italia, mantenendo viva l’attenzione nazionale e dividendo l’opinione pubblica. Puzzer, diventato nel frattempo il portavoce ufficioso della protesta, si autosospese per alcuni mesi dalla sua mansione, per poi essere licenziato formalmente nell’aprile del 2022.

La battaglia legale: la Cassazione ribalta tutto

Il licenziamento di Puzzer fu inizialmente confermato dalla Corte d’Appello di Trieste. Ma i suoi legali — le avvocate Mirta Samengo e Alessandra Devetag — hanno creduto nella possibilità di un ribaltamento in sede di legittimità, ricorrendo in Cassazione. La Suprema Corte, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha ora accolto le ragioni del lavoratore, annullando il provvedimento di licenziamento.

Il fascicolo torna quindi alla Corte d’Appello, stavolta quella di Venezia, foro competente per il riesame della vicenda nel merito. Sarà questo secondo grado a stabilire se sussistano le condizioni per un reintegro effettivo di Puzzer nell’organico dell’Agenzia portuale.

La reazione di Puzzer: “Ora posso cominciare a gioire”

La reazione di Stefano Puzzer non si è fatta attendere. Dopo una prima conferma ricevuta dai suoi avvocati in mattinata, è stato lo stesso ex sindacalista a commentare con toni misurati ma soddisfatti: “Quando ho saputo la notizia stavo andando al lavoro. Solo in un secondo momento ho potuto leggere la sentenza con calma. Da oggi posso iniziare a gioire”.

Per Puzzer, che negli ultimi tempi ha svolto lavori stagionali come aiuto cuoco e custode in un campeggio a Muggia, nel triestino, la sentenza rappresenta un riscatto personale prima ancora che professionale. “La soddisfazione più grande — ha dichiarato — è aver combattuto per difendere i miei diritti ed esserci riuscito fino in fondo. Spero che questa decisione sia d’esempio per altri: non bisogna mollare mai”.

Parole che non nascondono l’orgoglio per una battaglia condotta senza passi indietro, ma anche la consapevolezza del lungo percorso che ancora lo attende: “Nell’arco di tre mesi dovrebbe arrivare la nuova sentenza. A quel punto deciderò cosa fare. Se tornare al porto? È ancora presto per dirlo. Quella realtà per anni è stata una famiglia per me, l’ho amata molto, ma in questi anni ho dovuto reinventarmi. Ho ricevuto diverse proposte di lavoro, e tuttora ne ho. Valuterò”.

Un verdetto che riapre il dibattito

La sentenza della Cassazione su Stefano Puzzer non è solo un fatto individuale. Riapre, inevitabilmente, il dibattito su una fase storica molto delicata, quella in cui l’Italia cercava di contenere la pandemia attraverso misure stringenti, spesso accompagnate da un acceso confronto politico e sindacale.

La figura di Puzzer ha polarizzato fin dall’inizio: per alcuni un eroe della libertà, per altri un irresponsabile. Di certo, il suo caso giudiziario si inserisce in una più ampia riflessione su come siano stati gestiti i rapporti tra lavoratori e aziende in un periodo in cui norme straordinarie hanno richiesto un bilanciamento altrettanto straordinario tra diritti individuali e necessità collettive.

La Cassazione, con questo verdetto, pare voler riaffermare un principio: anche in situazioni eccezionali, il rispetto delle garanzie costituzionali non può essere sospeso.

Il futuro resta incerto, ma il presente è una vittoria

Oggi Puzzer si gode un momento di rivincita, non solo legale ma anche simbolica. I messaggi di solidarietà — racconta — sono arrivati da tutta Italia, a conferma di quanto la sua vicenda abbia toccato corde profonde in una parte dell’opinione pubblica.

“Mi hanno scritto in tantissimi — afferma — persone che da anni seguono la mia battaglia. Questo riconoscimento, per me, è una gioia che non ha prezzo”.

Il percorso non è concluso, e l’ultima parola spetterà ancora alla giustizia. Ma dopo anni di scontri, piazze e processi, per Stefano Puzzer il presente dice una cosa chiara: il licenziamento è stato annullato. E, almeno per ora, è lui ad avere avuto ragione.

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