16 Luglio 2026, giovedì
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Tajani scopre l’acqua calda (e la vuole bollente): “L’Europa ha bisogno di riforme”

Dopo anni di dibattiti, studi, mozioni e proposte snobbate, il ministro degli Esteri Antonio Tajani si accorge che forse l’Unione Europea andrebbe riformata. Applausi (ironici) dalla platea dei federalisti che lo dicono da trent’anni.

ROMA – L’illuminazione è arrivata. Non dai banchi della Commissione europea, né dai rapporti di think tank specializzati, ma direttamente da Antonio Tajani, ministro degli Esteri, che ha annunciato con solennità ciò che molti ripetono da decenni: “L’Europa ha bisogno di riforme per contare di più nel mondo”. E giù con l’elenco delle ovvietà: abolire il voto all’unanimità, rafforzare i poteri del Parlamento europeo, unificare le cariche di vertice, armonizzare le tasse, completare il mercato interno.

Insomma, benvenuti nel 1995. O nel 2000. O nel 2010. Anni in cui accademici, esperti, europarlamentari visionari e una minoranza politica sistematicamente ignorata lanciavano gli stessi identici allarmi, spesso venendo accusati di velleitarismo o addirittura di “europeismo ideologico”. Ora, improvvisamente, quelle stesse proposte sembrano uscire dal cassetto delle utopie e rispuntare come rivelazioni del giorno. Perché? Forse perché a dirle oggi è un ex presidente del Parlamento europeo diventato ministro in un governo che ha sempre tenuto Bruxelles a distanza di sicurezza.

Un’Unione troppo lenta? Choc!

“La regola dell’unanimità paralizza tutto”, ha detto Tajani, probabilmente dopo aver assistito a uno dei tanti Consigli europei in cui un singolo Stato (di solito l’Ungheria, a volte la Polonia) blocca interi pacchetti legislativi. Chi avrebbe mai potuto prevederlo? Forse chi ha vissuto qualsiasi trattativa europea negli ultimi vent’anni.

Il ministro non si è fermato lì: ha proposto anche di dare al Parlamento europeo il potere di iniziativa legislativa. Una richiesta che i federalisti avanzano da sempre e che viene puntualmente ignorata da chi, come Tajani fino a ieri, sembrava preferire un’Europa dove le decisioni più importanti si prendono a porte chiuse tra leader nazionali.

E ancora: “Bisogna unificare le figure del presidente della Commissione e del Consiglio europeo”, ha detto, auspicando una leadership più chiara e riconoscibile. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole: i fautori di un’Europa più coesa lo propongono da tempo, ricevendo in cambio alzate di spalle e accuse di voler creare una super-struttura tecnocratica.

Mercato interno, energia, fisco comune: serve “più Europa”?

Anche sul piano economico, Tajani sembra aver scoperto che l’UE è ancora lontana da un vero mercato unico. Ha parlato di completare l’unione energetica, armonizzare il sistema fiscale, creare un mercato dei capitali. Temi noti, dibattuti, studiati. Ma spesso ignorati proprio da quella politica nazionale che, al momento del voto in Consiglio, si aggrappa all’unanimità per difendere gli interessi di casa.

Ironia della sorte: molti di questi ostacoli Tajani li ha frequentati da vicino, prima come commissario europeo, poi come presidente del Parlamento UE. Possibile che la consapevolezza sia arrivata solo ora, mentre l’Italia cerca di alzare la voce a Bruxelles? Tempismo perfetto, si direbbe.

L’Europa vista dal balcone

La verità è che in Italia – come in altri Paesi membri – parlare di “riformare l’Europa” è un esercizio che cambia tono a seconda di dove si è seduti. Dai banchi di governo, le riforme diventano improvvisamente urgenti quando servono a dare più potere nazionale o più spazio negoziale. Da quelli dell’opposizione (o della minoranza europea), si chiedono da anni per costruire un’unione più politica, democratica e solidale. E per tutto questo tempo, proprio chi oggi si sveglia con la voglia di riformare ha avuto tutte le occasioni per farlo. Ma ha preferito non disturbare il gioco.

Le riforme? Un déjà-vu con retrogusto di déjà-vu

Sia chiaro: che Tajani parli oggi di riforme europee è un fatto positivo, soprattutto se ciò significa che anche i governi più restii iniziano a capire che l’Unione così com’è non basta più. Ma è difficile non notare il ritardo con cui queste parole arrivano. Ancor più difficile è credere che bastino buone intenzioni, senza una reale volontà politica condivisa, per superare veti incrociati e interessi divergenti.

Dunque ben venga la conversione sulla via di Bruxelles, anche se tardiva. Ma forse, prima di presentarsi come innovatori, sarebbe utile riconoscere che qualcuno – minoranza silenziosa e spesso derisa – lo ripeteva da sempre. E che, come spesso accade in politica, il tempismo non è tutto. Ma fa la differenza tra visione e opportunismo.

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