6 Ottobre 2026, martedì
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Sesso, ricatto e denaro: il tariffario della vergogna sul sito sessista

Il racconto di una vittima: “Pagato 2mila euro per far sparire le mie foto. Non ce la facevo più”

Un sito poi chiuso offriva piani a pagamento per cancellare immagini non autorizzate. Bonifici, criptovalute e un business inquietante sulla pelle delle donne.

Un sito che sembrava pensato per esibire, ma che in realtà nascondeva un vero e proprio meccanismo di ricatto. Un sistema organizzato in cui le vittime venivano prima esposte senza il loro consenso e poi spinte, in modo subdolo e spietato, a pagare per rimuovere immagini e commenti. Il tutto strutturato in “pacchetti” mensili dal costo crescente, con tanto di opzioni di pagamento in contanti digitali, dal bonifico istantaneo fino ai bitcoin.

È questo il cuore dell’inchiesta che ha travolto Phica.eu, portale finito sotto i riflettori per aver ospitato e diffuso fotografie di donne prelevate dai social e rilanciate su forum sessisti, spesso accompagnate da commenti esplicitamente volgari. Il sito è stato poi chiuso, ma solo dopo la denuncia pubblica e l’ondata di indignazione.

A raccontare la propria vicenda è una delle donne coinvolte, in un’intervista a la Repubblica. La sua testimonianza è cruda, diretta, dolorosa. “Non ho retto. Ho temuto che per altre vie ci avrei messo troppo. Non ce la facevo più, volevo solo sparire. E ho mandato i soldi”. In totale, quasi 2mila euro versati nella speranza di far sparire da internet le sue immagini, usate senza autorizzazione.

Foto rubate dai social, poi modificate e rilanciate

La vicenda inizia come tante altre: immagini prese da profili Instagram pubblici, scatti al mare, in costume, mai espliciti, ma comunque prelevati e rilanciati su piattaforme senza alcun consenso. Non semplici condivisioni, ma operazioni di manipolazione digitale: le foto venivano rielaborate, contestualizzate in ambienti e conversazioni a sfondo sessuale, e accompagnate da giudizi denigratori, spesso feroci.

A segnalare la pubblicazione non è stato il sito stesso — che non ha mai contattato le dirette interessate — ma conoscenti e amici della donna, allertati dalla presenza del suo nome e delle sue immagini nei forum. Lì, in quel contenitore virtuale, il suo profilo era diventato oggetto di attenzione morbosa.

“Mi sono iscritta al sito con un nome fittizio — racconta la vittima — e ho provato a scrivere per chiedere che fosse rimosso tutto. Ho spiegato che le immagini erano state pubblicate senza il mio consenso. Ho inviato diverse email, ma non ho mai ricevuto risposta. Solo silenzio. Nessuno si è assunto la responsabilità”.

Il meccanismo del pagamento: tre pacchetti, una sola via d’uscita

A quel punto, esasperata e senza strumenti legali immediati a disposizione, la donna si è vista costretta a percorrere l’unica strada che le veniva implicitamente offerta: pagare. È qui che emerge la parte più inquietante della vicenda: un listino prezzi ben articolato, offerto sottobanco per “gestire” la propria reputazione sul sito. Una vera economia parallela sulla pelle di chi chiedeva solo di essere lasciata in pace.

“C’era un pacchetto base da 250 euro al mese, uno premium da 500, e uno unlimited da 1.000 — racconta la donna —. A seconda della cifra, ti promettevano cose diverse: la cancellazione di thread e commenti, la rimozione dai motori di ricerca, l’inserimento del proprio nome in una ‘black list’ che garantiva la non ripubblicazione dei contenuti”.

I pagamenti potevano avvenire tramite bonifico bancario, ma anche con modalità difficilmente tracciabili come i bitcoin. Nessuna ricevuta, nessuna garanzia. Solo la promessa, implicita e spesso vaga, che pagando si sarebbe potuto uscire dal sistema.

Una macchina del fango, strutturata e redditizia

L’intero schema descritto dalla vittima evidenzia l’esistenza di una struttura consapevole, organizzata con l’intento non solo di ospitare contenuti sessisti, ma di lucrare sulla rimozione. Un meccanismo che fa leva sulla paura, sulla vergogna, sulla fatica psicologica di intraprendere un percorso legale e spesso lungo, frustrante, incerto.

Per chi gestiva il sito, tutto appariva “normale”. Anzi, come emerge dai messaggi ricevuti via email o Telegram, le tariffe erano descritte come una sorta di “servizio” dedicato a chi voleva “ripulire” la propria immagine, con una terminologia mutuata da piattaforme legittime come OnlyFans. Ma dietro la facciata di neutralità si nascondeva un sistema di estorsione mascherata.

La denuncia pubblica e la chiusura del sito

Solo dopo la pubblicazione delle prime inchieste giornalistiche, e in seguito a numerose segnalazioni da parte delle vittime, Phica.eu è stato chiuso. Ma il danno ormai era stato fatto. Le immagini, una volta online, spesso finiscono in circuiti paralleli, forum privati, canali Telegram, rendendo difficile un controllo effettivo e una cancellazione definitiva.

La donna intervistata ha scelto di raccontare la sua storia nonostante il peso personale ed emotivo, con l’obiettivo di rompere il silenzio e denunciare un sistema che non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg ancora troppo sommerso. “Ho pagato per non essere più vista, per smettere di ricevere messaggi, per tornare a respirare. Ma so che non tutte possono o vogliono farlo. Qualcuna si arrende, qualcun’altra si nasconde. È inaccettabile”.

Una questione ancora aperta

La vicenda solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità delle piattaforme, sull’efficacia degli strumenti giuridici a tutela della privacy digitale e sulla necessità di agire tempestivamente per evitare che questi spazi si moltiplichino altrove, magari con nomi e domini diversi.

Quel che resta è l’immagine di una realtà feroce e ancora poco arginata, in cui il corpo delle donne diventa merce per ottenere clic, attenzione e — come in questo caso — anche guadagni diretti. Un commercio del silenzio che va ben oltre l’online: tocca la libertà, la dignità e la sicurezza di chi ne è vittima. E che chiede, con urgenza, risposte concrete.

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