L’Ucraina torna a contare i danni e le vittime di una notte di fuoco. Le sirene antiaeree hanno accompagnato ore di bombardamenti che hanno interessato più regioni, con particolare intensità su Odessa e Zaporizhzhia.
Nella città portuale sul Mar Nero, i missili russi hanno preso di mira infrastrutture energetiche strategiche, lasciando senza elettricità oltre 29 mila persone. Secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleh Kiper, le zone più colpite si trovano a Chornomorsk e nei comuni vicini, dove non solo la rete elettrica ma anche edifici residenziali e strutture amministrative hanno subito gravi danni. Una persona è rimasta ferita, mentre le squadre di emergenza sono al lavoro per ripristinare i servizi essenziali e mettere in sicurezza le aree colpite.
Non meno drammatica la situazione a Zaporizhzhia, dove le forze russe hanno lanciato 391 attacchi contro 16 insediamenti nell’arco di poche ore. Il bilancio provvisorio, comunicato dal capo dell’amministrazione militare regionale Ivan Fedorov e rilanciato dall’agenzia Ukrinform, è di un morto e 37 feriti. Alcuni dei civili colpiti versano in condizioni gravi.
La scelta degli obiettivi non è casuale: Odessa rappresenta un hub fondamentale per le esportazioni ucraine di grano e materie prime attraverso il Mar Nero, mentre Zaporizhzhia ospita la più grande centrale nucleare d’Europa, il cui controllo è da mesi al centro di una contesa strategica. Colpire queste regioni significa non solo infliggere danni immediati ma anche minare la resilienza economica e infrastrutturale dell’Ucraina.
Mentre il fronte orientale continua a bruciare, la diplomazia russa si muove con decisione sullo scenario internazionale. Vladimir Putin è atterrato a Tianjin, in Cina, per dare inizio a una visita di quattro giorni che culminerà nella partecipazione al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco). Si tratta di un appuntamento di grande rilevanza geopolitica: l’organizzazione, che riunisce Paesi come Cina, India, Russia, Pakistan e diversi Stati dell’Asia centrale, si propone come piattaforma di cooperazione politica, economica e di sicurezza in aperto contrasto con l’egemonia occidentale.
Secondo il Cremlino, l’agenda di Putin prevede incontri bilaterali di alto livello, tra cui quelli con il premier indiano Narendra Modi e con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ma il momento simbolicamente più forte sarà la partecipazione, il 3 settembre, alla parata militare in Piazza Tienanmen a Pechino, accanto al presidente Xi Jinping, in occasione dell’80º anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale.
La durata della missione, quattro giorni, è stata sottolineata dallo stesso consigliere presidenziale Yury Ushakov come un fatto “insolito e raro” per gli standard del leader russo. Un segnale che testimonia l’importanza attribuita al rapporto con la Cina, in un contesto internazionale segnato dall’isolamento di Mosca rispetto alle capitali occidentali.
Per il Cremlino, l’asse con Pechino rappresenta non solo una sponda diplomatica ma anche un canale vitale per aggirare le sanzioni economiche e accedere a mercati, forniture tecnologiche e opportunità commerciali che l’Occidente ha chiuso. Dal canto suo, la Cina punta a rafforzare il proprio ruolo di potenza globale alternativa agli Stati Uniti, stringendo legami più stretti con la Russia ma senza rinunciare a un delicato equilibrio con altri partner, inclusi quelli europei.
Mentre in Ucraina prosegue la distruzione e cresce il numero delle vittime civili, sul piano internazionale si consolida dunque un dualismo sempre più netto: da un lato l’asse euro-atlantico a sostegno di Kiev, dall’altro la rete di alleanze che Mosca cerca di costruire con Pechino e con Paesi non allineati. Una partita che si gioca non solo sul terreno di battaglia, ma anche nelle stanze della diplomazia globale.
