ROMA – Il conto alla rovescia per l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin si accompagna a un clima crescente di tensione e inquietudine nelle capitali europee. Con una guerra in Ucraina ancora in pieno svolgimento e con i timori sempre più concreti di un negoziato imposto “dall’alto” – e sfavorevole a Kiev – i principali leader europei si sono collegati in videoconferenza con l’ex presidente americano per esprimere con chiarezza la posizione comune del Vecchio Continente: nessun accordo senza un cessate il fuoco, nessuna pace che premi l’aggressore.
Alla videochiamata, prevista per mercoledì, partecipa anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che si fa portavoce di una linea chiara: il negoziato – se ci sarà – dovrà partire da un congelamento delle ostilità, per aprire lo spazio a una “pace giusta”, nel rispetto del diritto internazionale.
Un’Europa compatta, con l’eccezione di Orban
La posizione europea, a detta di diverse fonti diplomatiche, è per una volta quasi unanimemente allineata. Tutti i principali governi dell’Unione – fatta eccezione per l’Ungheria di Viktor Orbán, ormai sistematicamente in rotta di collisione con Bruxelles – chiedono che il processo negoziale sull’Ucraina sia vincolato al rispetto dell’integrità territoriale del Paese e al divieto assoluto di modificare i confini con la forza.
Una posizione di principio, ma non priva di fondamento pratico: il rischio che l’amministrazione Trump, già proiettata verso le presidenziali 2024, possa forzare un accordo di compromesso, magari proponendo scambi territoriali tra Mosca e Kiev, è considerato concreto e allarmante.
Lo stesso Trump, nelle sue recenti dichiarazioni pubbliche, non ha escluso un’ipotesi di “scambio di territori a vantaggio di entrambe le parti”, una formula che ha sollevato sconcerto e indignazione in diverse cancellerie europee, evocando il pericolo di un pericoloso precedente geopolitico, stile “gioco del Monopoli”, in cui si baratta la sovranità con la pace.
Zelensky inascoltato: l’Ucraina esclusa dal vertice in Alaska
Ad alimentare le preoccupazioni c’è un altro fatto di non poco conto: Kiev non è stata invitata al summit tra Trump e Putin, previsto in Alaska nei prossimi giorni. Volodymyr Zelensky osserva da lontano, consapevole che molto si deciderà senza di lui. Il presidente ucraino continua a invocare una “pace giusta”, basata sulla restituzione dei territori occupati e sul rispetto delle regole internazionali, ma la sua voce rischia di restare ai margini del tavolo che conta.
Meloni – così come altri leader europei, a partire da Emmanuel Macron e Olaf Scholz – ha chiesto con forza che non si prenda alcuna decisione sul futuro dell’Ucraina senza l’Ucraina stessa seduta al tavolo. Ma, per ora, l’agenda del summit resta blindata.
Meloni a Trump: “Congelare il conflitto prima di negoziare”
Durante il colloquio preparatorio con Trump, Meloni ha ribadito una posizione ferma: il negoziato deve partire da un contesto di calma e non da un campo di battaglia attivo. “Serve prima un cessate il fuoco, o almeno una significativa riduzione delle ostilità – avrebbe detto la premier – altrimenti qualsiasi trattativa rischia di sancire lo status quo imposto dalla guerra”.
Il messaggio italiano è chiaro: l’Italia è pronta a sostenere la diplomazia, ma non a ratificare una pace imposta con le armi. E lo stesso concetto è stato espresso anche da altri interlocutori europei, nel tentativo di costruire un fronte comune capace di condizionare le scelte di Washington.
Il nodo dei confini e il rispetto del diritto internazionale
Al centro del confronto con Trump c’è il nodo più delicato: quello dei confini. Le diplomazie europee hanno chiesto – nero su bianco – che qualsiasi esito negoziale preveda il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina, come stabilito dalle risoluzioni ONU e dai trattati internazionali.
Questo implica, per l’Europa, la non accettazione della permanenza russa nei territori occupati del Donbass e della Crimea, salvo un esplicito consenso da parte di Kiev. Modificare i confini con la forza non può mai diventare una prassi accettabile, sottolineano fonti diplomatiche francesi e tedesche, “altrimenti si apre la strada a future aggressioni in altre aree del mondo”.
Un vertice ad alta tensione: il futuro dell’Europa si decide (anche) in Alaska
Il summit tra Trump e Putin, atteso nei prossimi giorni in Alaska, si preannuncia cruciale. Anche se privo di carattere formale – vista la non attuale presidenza di Trump – il vertice è percepito come potenzialmente determinante per il futuro del conflitto ucraino. Non a caso, le cancellerie europee stanno moltiplicando i contatti diplomatici, in un tentativo di influenzare l’approccio americano e impedirne una deriva troppo accomodante nei confronti del Cremlino.
Non è un mistero che, in ambienti conservatori statunitensi, l’idea di una “soluzione rapida” al conflitto – anche a costo di concessioni – sia guardata con favore, in nome della stabilità e del disimpegno militare. Ma per l’Europa, e in particolare per i Paesi dell’Est, questa visione è inaccettabile e pericolosa.
Conclusione: una partita delicata, con l’Europa in equilibrio tra lealismo e assertività
In un contesto geopolitico incandescente, l’Europa si trova a dover bilanciare il sostegno all’alleato americano con la difesa dei propri principi fondanti: il diritto internazionale, la sovranità degli Stati, la sicurezza del continente. La call con Trump è stata un momento chiave di questo difficile equilibrio.
Il messaggio partito da Roma, Berlino, Parigi e Bruxelles è inequivocabile: una pace imposta non è una vera pace, e l’Occidente non può cedere alla tentazione della scorciatoia diplomatica se questa significa legittimare l’invasione. Il rischio, altrimenti, è quello di abbandonare un partner sotto attacco e minare l’ordine mondiale costruito faticosamente dopo la Seconda guerra mondiale.
Ora gli occhi sono puntati sull’Alaska. Ma a tremare è l’intera Europa.
