La riforma del Servizio Sanitario Militare Nazionale (SSMN), avviata dal Ministero della Difesa e presentata come un intervento epocale per razionalizzare e valorizzare le professionalità sanitarie all’interno delle Forze Armate, sta generando forti perplessità tra gli operatori del settore. A sollevare con forza la questione è il Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri (MOSAC), che denuncia una disparità sostanziale nel trattamento riservato al personale sanitario dell’Arma rispetto a quello delle altre forze armate.
Dietro il linguaggio ordinato delle bozze circolanti — ancora prive di ufficialità ma ampiamente condivise nei circuiti interni — si nasconde un impianto che rischia di trasformarsi in un pericoloso strumento di esclusione. Medici, psicologi e veterinari dei Carabinieri sarebbero automaticamente inquadrati nel nuovo assetto del SSMN. Ma per infermieri, fisioterapisti e altri profili sanitari non medici si prospetta, a quanto risulta, un’opzione di transizione su base volontaria, priva delle garanzie e del riconoscimento dovuti a figure professionali che hanno investito anni nella formazione e nel servizio.
Una “volontarietà” solo apparente, dunque, che si traduce in una scelta fortemente punitiva per chi da anni opera all’interno dell’Arma con competenze specialistiche, spirito di corpo e dedizione assoluta. L’accusa che il MOSAC rivolge al Ministero della Difesa è precisa: una riforma che discrimina e marginalizza, trattando una parte del personale come “figli di un dio minore”.
Non si tratta di rivendicazioni corporative, ma di una questione di principio e di equità istituzionale. I sanitari dell’Arma hanno costruito nel tempo un patrimonio di competenze professionali, maturate senza oneri per l’Amministrazione. Hanno conseguito abilitazioni professionali, si sono aggiornati a proprie spese, e hanno fornito assistenza qualificata ai colleghi in divisa, spesso in contesti operativi complessi, senza ricevere le tutele o le indennità spettanti al personale del Servizio Sanitario Nazionale. Oggi, di fronte alla prospettiva di una riforma epocale, non solo rischiano di non veder valorizzato il proprio ruolo, ma di essere definitivamente esclusi da ogni prospettiva di carriera.
Il MOSAC, primo fra i sindacati militari a sollevare il velo sull’iniquità del provvedimento, ha lanciato un appello chiaro alle istituzioni: non si può parlare di modernizzazione lasciando indietro chi ha servito lo Stato con professionalità e sacrificio. Le proposte avanzate sono articolate e puntano a costruire una riforma realmente inclusiva e sostenibile.
In primo luogo, si chiede l’introduzione di un’indennità di camice che riconosca il valore e la specificità del lavoro sanitario all’interno dell’Arma, superando una logica elemosiniera. Contestualmente, si reclama una rimodulazione dell’indennità di presenza sanitaria, in linea con i rischi e le responsabilità operative del personale impiegato nei reparti e nelle missioni.
Altro nodo cruciale è quello dell’accesso ai concorsi interni: serve un meccanismo trasparente e meritocratico che garantisca pari dignità a tutte le professionalità sanitarie delle Forze Armate, senza discriminazioni di appartenenza. Allo stesso tempo, si invoca una riforma della progressione di carriera, modellata sul sistema del Servizio Sanitario Nazionale, affinché anche i militari possano accedere a percorsi professionali coerenti con il loro profilo specialistico.
Non meno rilevante è la richiesta di copertura giuridica e assicurativa per tutti gli operatori sanitari impiegati in contesti di rischio. È un principio elementare di tutela dei lavoratori, ancora più imprescindibile quando si tratta di personale militare.
Una proposta concreta, che potrebbe rappresentare un punto di equilibrio tra passato e futuro, è quella dell’istituzione di un ruolo a esaurimento per il personale sanitario già in servizio. Una misura che non solo garantirebbe stabilità, ma consentirebbe di non disperdere competenze acquisite in anni di servizio e, soprattutto, di non cancellare con un colpo di spugna l’identità peculiare della sanità dei Carabinieri.
Il MOSAC, in questo scenario, non si limita a protestare. Rivendica la necessità di un confronto tecnico e istituzionale, in cui siano presenti anche rappresentanti delle professionalità sanitarie, capaci di evidenziare concretamente gli effetti che una riforma mal calibrata potrebbe avere sul piano operativo, giuridico e umano.
Il sindacato ribadisce con forza che nessun militare deve essere lasciato indietro, anche se numericamente rappresenta una minoranza all’interno del corpo. I diritti non si misurano in percentuali, e la dignità professionale non può essere oggetto di mediazione politica.
Negli ultimi giorni anche altre sigle sindacali, sia interne all’Arma che appartenenti ad altre Forze Armate, hanno cominciato ad allinearsi alla denuncia del MOSAC, in quella che sembra diventare una mobilitazione trasversale. Un fronte comune che, se saprà evitare derive personalistiche e inutili protagonismi, potrà rappresentare una reale forza di pressione nei confronti del decisore politico.
Il sindacato lancia infine un monito a tutte le componenti coinvolte nel processo di riforma: servono scelte coraggiose, non cerimonie o comunicati di facciata. La sanità militare non può essere materia da trattare con superficialità o con logiche meramente amministrative. È in gioco la tenuta di un sistema, ma soprattutto la credibilità di un’istituzione — l’Arma dei Carabinieri — che ha sempre fatto dell’efficienza, della prossimità e della dedizione al Paese la propria cifra distintiva.
Il tempo delle promesse è finito. Ora servono atti concreti, trasparenza e rispetto.
