22 Settembre 2026, martedì
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Strage silenziosa su due ruote: 125 ciclisti morti da gennaio. Boom di vittime tra gli over 65

Un'emergenza nazionale sottovalutata: in sei mesi +21,8% di decessi rispetto al 2024. Uomini anziani le vittime più frequenti. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto le regioni più colpite.

Il ciclismo, celebrato come pratica salutare, sostenibile e spesso consigliata per mantenere una buona forma fisica in età avanzata, si sta trasformando in Italia in una trappola mortale. Dal 1° gennaio a oggi, secondo l’ultimo report dell’Osservatorio Sapidata-Asaps – l’ente di ricerca dell’Associazione sostenitori e amici della Polizia Stradale con sede a Forlì – sono ben 125 i ciclisti deceduti sulle strade italiane. Un dato allarmante, che fotografa una vera emergenza di sicurezza stradale e rappresenta un aumento del 21,8% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Dietro questa cifra si cela una realtà tragica e per molti versi ignorata: quella di una strage silenziosa che coinvolge in modo particolare una categoria vulnerabile, quella degli anziani. Ben 61 delle vittime – quasi la metà del totale – avevano più di 65 anni. Un dato che, più ancora dei numeri assoluti, pone interrogativi urgenti sul rapporto tra mobilità sostenibile e tutela degli utenti deboli della strada.

Il dettaglio anagrafico è impietoso: 115 delle vittime erano uomini, soltanto 10 le donne. La loro passione per la bicicletta, spesso coltivata da una vita o ripresa in pensione, si è interrotta tragicamente sulle strade di un Paese che si scopre ogni giorno più pericoloso per chi si muove senza carrozzeria.

A rendere ancora più drammatico il bilancio, la cronaca recentissima. Negli ultimi dieci giorni sono morte sei persone, tutte sopra i 65 anni. Non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale e crescente, che sembra colpire con particolare accanimento i mesi primaverili ed estivi.

Maggio è stato il mese nero del 2025, con 25 decessi, il dato mensile più elevato degli ultimi anni. A seguire, giugno con 21 vittime e luglio con 19. Nei mesi precedenti: 12 morti a gennaio, 15 a febbraio, 14 a marzo e 19 ad aprile. La tendenza è chiara: con l’aumento delle temperature e la maggiore frequentazione delle strade da parte dei ciclisti, cresce esponenzialmente anche il rischio.

A gravare ulteriormente sul quadro, c’è il fenomeno inaccettabile della pirateria stradale: in almeno dodici casi, chi ha investito un ciclista è fuggito, abbandonando la vittima sull’asfalto. Una dinamica che, oltre a configurare un reato, rivela l’assenza di cultura della responsabilità e del rispetto della vita altrui, valori che dovrebbero essere il fondamento stesso della convivenza civile.

La Lombardia si conferma, ancora una volta, come la regione con il numero più alto di vittime: 31 ciclisti morti dall’inizio dell’anno. Seguono Emilia-Romagna (22) e Veneto (16). Si tratta di territori in cui la bicicletta è molto utilizzata, anche grazie alla presenza di piste ciclabili e di percorsi extraurbani, ma che evidentemente non garantiscono ancora livelli adeguati di sicurezza.

Emblematici, in questo senso, gli ultimi dati: tre ciclisti morti in Lombardia e due in Veneto solo negli ultimi dieci giorni. Numeri che smentiscono l’illusione di una mobilità dolce protetta e che impongono una riflessione seria su infrastrutture, educazione stradale e responsabilità condivisa.

La fotografia dell’Osservatorio Sapidata-Asaps è nitida, e non consente fraintendimenti. Mentre il dibattito pubblico si concentra – giustamente – su emissioni e transizione ecologica, resta sullo sfondo una questione altrettanto cruciale: chi pedala in Italia rischia la vita ogni giorno, e questo rischio aumenta con l’età, proprio quando il ciclismo viene consigliato come elisir di salute.

Non è solo un problema di veicoli e ciclisti. È un nodo culturale, infrastrutturale e normativo. Le piste ciclabili spesso sono discontinue o promiscue, i controlli sul rispetto delle distanze minime di sorpasso restano un miraggio, e la convivenza tra mezzi a motore e biciclette si gioca troppo spesso all’interno di un conflitto di forze impari.

Occorre una svolta. Una strategia nazionale per la sicurezza dei ciclisti, che affronti in modo sistemico una questione non più rinviabile. Perché dietro ogni numero c’è una vita spezzata, e un Paese civile non può permettersi di ignorarlo.

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