6 Ottobre 2026, martedì
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Il tempo delle parole è finito: la svolta di David Grossman e il dovere dell’Europa

Lo scrittore israeliano rompe il silenzio e parla apertamente di genocidio a Gaza. Sandro Ruotolo (Pd): “Le sue parole scuotono le coscienze, ora l’Italia non può più nascondersi”.

“Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: genocidio. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla.”

Le parole pronunciate da David Grossman, scrittore tra le più alte e autorevoli espressioni della coscienza democratica israeliana, segnano un momento di cesura nella narrazione del conflitto mediorientale. Non si tratta di un’uscita estemporanea né di un gesto provocatorio. La dichiarazione, netta e meditata, arriva da una figura che ha sempre rifiutato le scorciatoie del radicalismo e si è fatto interprete, nei decenni, di un pensiero complesso, intriso di umanità, riflessione storica e tensione morale.

Grossman non è un militante ideologico, non un semplice dissidente. È l’intellettuale che, con rigore e compassione, ha raccontato il dolore dell’Altro, la tragedia condivisa di due popoli prigionieri dello stesso conflitto. È l’uomo che ha perso un figlio nella guerra e che, nonostante il lutto, ha continuato a credere nella pace, nella possibilità della coesistenza, nella necessità di costruire ponti anziché muri.

La sua voce oggi si leva con una forza inedita, non più solo per ammonire o per cercare il dialogo, ma per denunciare. L’uso della parola “genocidio”, finora evitata, non è frutto dell’emotività, ma di una presa d’atto razionale, amara, che parla al mondo intero. E che, soprattutto, chiama in causa anche l’Europa.

È a questa responsabilità che si richiama Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale del Partito Democratico ed europarlamentare, in una nota che non lascia spazio all’ambiguità: “Le parole di David Grossman – afferma – segnano una svolta storica. Ci costringono a guardarci allo specchio. A domandarci: quanti di noi hanno scelto di non vedere? Quanti si rifugiano nel silenzio per calcolo o per viltà?”

Il riferimento, neanche troppo implicito, è all’inerzia diplomatica di molti governi occidentali, Italia compresa, che continuano a rinviare ogni presa di posizione sulla questione palestinese con la formula ambigua del “non è il momento”. Ma come si può continuare a parlare di tempi non maturi di fronte a uno scenario in cui, secondo le stime, oltre 38mila persone hanno perso la vita? Come giustificare il silenzio davanti a una crisi umanitaria in cui fame, sete, bombardamenti su campi profughi e ospedali, mutilazioni di bambini e distruzione sistematica delle infrastrutture civili non sono più eventi isolati, ma parte di un disegno di annientamento?

In questo quadro, la recente decisione della Germania di avviare un percorso per il riconoscimento dello Stato di Palestina assume una valenza tutt’altro che simbolica. Dopo le aperture di Canada, Francia e Regno Unito, l’iniziativa tedesca rompe finalmente un lungo immobilismo e apre un varco politico concreto. È il segno che qualcosa, lentamente, si muove. Ma resta l’assenza ingombrante dell’Italia, che continua a barcamenarsi in un’ambigua neutralità, sempre più insostenibile.

“Se non ora, quando?”, chiede Ruotolo con forza. Ed è una domanda che non riguarda solo i vertici politici, ma ciascun cittadino europeo, ciascun intellettuale, ciascun osservatore che non può più fingere che ciò che accade a Gaza sia una contingenza bellica fra le tante.

Grossman stesso ha detto che “ci vuole tempo, a volte, per trovare le parole”. Ma aggiunge Ruotolo: “Quel tempo è finito. Ora è il tempo dei fatti”.

In questo passaggio drammatico della storia mediorientale, la voce dello scrittore israeliano risuona come un monito morale che non può essere ignorato. Non è solo una denuncia, ma un invito alla responsabilità, alla consapevolezza, all’azione. A scegliere, finalmente, da che parte stare.

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