A cura di Daniele Cappa
A poche ore dalla scadenza fissata dall’amministrazione Trump per chiudere un’intesa commerciale con l’Unione Europea, le cancellerie di Washington e Bruxelles si muovono con cautela, cercando di cristallizzare in una dichiarazione congiunta l’accordo di principio raggiunto nei giorni scorsi. In gioco ci sono dazi, tariffe, esenzioni e – sullo sfondo – la definizione dei nuovi equilibri economici transatlantici, in un contesto segnato da tensioni protezionistiche e divergenze strategiche.
La posta in gioco è elevata e, per molti osservatori europei, anche preoccupante. L’intesa con gli Stati Uniti si fonda su una tariffa commerciale base del 15%, frutto di un’intesa di principio siglata da Ursula von der Leyen e Donald Trump, ma ancora tutta da concretizzare nei fatti. Da Bruxelles ci si attende ora che tale soglia venga formalmente attuata entro il primo agosto. Diversamente, scatterebbe automaticamente un incremento tariffario fino al 30%, come annunciato dallo stesso presidente americano nelle scorse settimane.
Tuttavia, al di là dell’apparente distensione diplomatica, si moltiplicano all’interno dell’Unione le voci critiche e i segnali di malcontento. La preoccupazione di molti Stati membri è concreta e giustificata: l’accordo appare sbilanciato a favore di Washington, mentre la Commissione Europea ha mostrato, ancora una volta, scarsa capacità di imporsi nei tavoli negoziali. Il ruolo di Ursula von der Leyen, peraltro, è stato giudicato da più parti come marginale, quasi accessorio, incapace di contenere la pressione statunitense. Le critiche più dure sono arrivate dalla Francia, già fortemente penalizzata dalle tariffe sull’agroalimentare, e dall’Italia, dove le associazioni di categoria hanno evidenziato come il settore vinicolo – escluso dalle prime esenzioni – rischi gravi perdite sui mercati americani, oggi tra i principali per esportazioni di vino e distillati. Anche la Spagna, storicamente esportatrice di oli e liquori, guarda con estrema cautela a un’intesa che sembra offrire molto poco in cambio.
Il risultato, almeno per ora, è una posizione di debolezza: l’Unione appare compressa tra la necessità di evitare un’escalation commerciale e l’incapacità di imporre una visione strategica comune. Il danno, oltre che politico, rischia di essere economico e sociale. Una cosa è certa: ci sarà un effetto tsunami, e l’onda più alta si abbatterà inevitabilmente sul carrello della spesa. I rincari attesi sui beni d’importazione – dai prodotti agricoli trasformati ai distillati, fino ai beni industriali intermedi – finiranno per colpire direttamente famiglie e imprese, aggravando una congiuntura già segnata dall’inflazione strutturale e dalla volatilità dei mercati energetici.
In questo contesto, la mancanza di un’agenda comune europea sulla politica commerciale non è solo un limite tecnico, ma una crepa profonda nel progetto di un’Unione che aspira a essere protagonista nel nuovo ordine globale. E mentre gli Stati Uniti usano lo strumento dei dazi come leva strategica, l’Europa si ritrova ancora una volta a subire gli effetti di una negoziazione in cui è stata spettatrice più che interlocutrice.