2 Ottobre 2026, venerdì
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“Avrei dovuto accompagnarla all’altare, l’ho accompagnata al funerale”: un anno senza Sharon

Bruno Verzeni ricorda la figlia a un anno dall’omicidio che sconvolse Terno d’Isola. Nessun gesto di scuse dalla famiglia dell’assassino. E dalla tragedia nasce un progetto solidale in memoria della giovane donna

Un anno dopo l’omicidio di Sharon Verzeni, il dolore della sua famiglia non conosce attenuazioni. La memoria resta viva, incisa nel corpo e nella voce del padre, Bruno Verzeni, che oggi come allora continua a custodire, con dignità e fermezza, l’assenza di una figlia scomparsa troppo presto e nel modo più assurdo. “A maggio si sarebbe dovuta sposare”, ricorda in un’intervista a Il Giorno. “Il giorno del funerale ho indossato la stessa giacca con cui sarei entrato con lei in chiesa. L’ho accompagnata all’altare, ma non come avrei voluto”.

Sharon Verzeni, 33 anni, fu uccisa nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 mentre camminava per le strade di Terno d’Isola, nella Bergamasca. Il suo assassino, Moussa Sangare, trentunenne italiano di origine maliana residente a Suisio, venne ripreso da una telecamera mentre si allontanava in bicicletta dal luogo del delitto. Fermato poco dopo, confessò: “Ho avuto un raptus. Sentivo l’impulso di accoltellare qualcuno”. Parole gelide, seguite da una detenzione che si è aperta senza alcun segno di pentimento, né da lui né dalla sua famiglia.

È su questo silenzio che si concentra oggi la riflessione amara del padre di Sharon: “Quello che mi dispiace è che da Sangare non sia mai arrivato un gesto, una parola. Nulla, nemmeno dai suoi familiari. Forse avranno avuto altri problemi, ma anche un solo segno avrebbe avuto un senso. Mi spiace anche per loro”.

Oggi Bruno Verzeni vive ancora a Bottanuco, cercando nel lavoro manuale – sistemare il tetto, curare il giardino – una forma di equilibrio quotidiano. Attorno a lui, la vita lentamente riprende i suoi ritmi. Il compagno di Sharon è tornato a vivere nella casa condivisa con lei a Terno d’Isola: lavora, esce con gli amici, e talvolta passa a trovare la famiglia Verzeni. “La vita va avanti, deve andare avanti”, dice Bruno, lasciando trapelare una forza silenziosa, nutrita da affetti che resistono. Come quello della figlia Melody, che a dicembre darà alla luce il suo secondo figlio, un maschio.

Ma non c’è solo il ricordo: c’è anche un gesto concreto, nato dalla tragedia. La famiglia Verzeni ha avviato, insieme al gruppo missionario parrocchiale di Bottanuco, un fondo in memoria di Sharon, destinato ad aiutare donne vittime di tratta o violenza in Africa. I proventi saranno devoluti a Talita Kum, un’associazione di Salsomaggiore che opera in questo ambito. “Non metteremo insieme cifre enormi”, ammette Bruno, “ma vogliamo almeno provare a fare qualcosa”.

In un contesto nazionale segnato da un numero ancora altissimo di femminicidi e violenze contro le donne, il delitto di Sharon Verzeni continua a interrogare. Il suo assassino, che all’epoca dei fatti risultava incensurato, era già sotto indagine per maltrattamenti in famiglia, in particolare contro la madre e la sorella. Episodi precedenti mai sfociati in misure restrittive, ma che oggi tornano come un sinistro campanello d’allarme. Il suo caso resta uno dei tanti nei quali la violenza si è manifestata improvvisa, ma non del tutto imprevedibile.

A un anno di distanza, resta il dolore, resta il vuoto, ma resta anche la volontà – tutta umana, tutta civile – di dare a quel vuoto un senso. E il senso, per Bruno Verzeni, è tutto nella coerenza di un lutto che non ha mai ceduto all’odio.

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