6 Ottobre 2026, martedì
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Omicidio Cerciello, pena ridotta per Hjorth: condannato a 10 anni e 11 mesi

Sentenza del terzo processo d’appello per la morte del vicebrigadiere: la Cassazione aveva confermato la responsabilità, ma disposto un nuovo giudizio solo sulla pena. La vedova: “Processo segnato da vergognosa slealtà. Infangata la memoria di mio marito”.

ROMA — La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha rideterminato in 10 anni, 11 mesi e 25 giorni la pena inflitta a Gabriele Natale Hjorth per l’omicidio del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega, ucciso a coltellate la notte del 26 luglio 2019 nel quartiere Prati della Capitale. Si chiude così, almeno per ora, un lungo e travagliato iter giudiziario con una nuova sentenza emessa nel terzo grado d’appello, che ha accolto la richiesta della procura generale di ridurre di cinque mesi la condanna rispetto agli 11 anni e 4 mesi stabiliti nel secondo processo di appello.

La decisione arriva a seguito dell’intervento della Corte di Cassazione, che lo scorso 12 marzo aveva confermato in via definitiva la responsabilità penale di Hjorth, ordinando però un nuovo giudizio esclusivamente per la quantificazione della pena. Hjorth, oggi ai domiciliari, è stato ritenuto corresponsabile dell’omicidio insieme a Finnegan Lee Elder, autore materiale dell’accoltellamento, già condannato in via definitiva a 24 anni di carcere.

L’esito della sentenza ha suscitato reazioni immediate e cariche di amarezza, soprattutto da parte dei familiari della vittima. Rosa Maria Esilio, vedova del carabiniere, ha affidato le sue parole all’avvocato Massimo Ferrandino, sottolineando come il processo, a suo avviso, sia stato segnato da «una vergognosa slealtà processuale» finalizzata ad «annebbiare le responsabilità e le motivazioni per meri interessi di sconti di pena».

«Questo procedimento così lungo — ha dichiarato — non ha fatto che aumentare il nostro dolore, aggiungendo sofferenza alla perdita violenta di Mario. È stato un percorso che ha visto calpestata la memoria di un giovane sposo caduto mentre svolgeva il proprio dovere».

Durissime le accuse rivolte dalla vedova Cerciello a una parte della stampa e ad alcuni attori del dibattito pubblico: «C’è stata la complicità di certa stampa e di alcuni politici nel tentativo di riscrivere la verità su Mario, negandogli perfino il riconoscimento come eroe. Si è alimentato un falso pietismo, in una società sempre più indifferente, che umilia chi serve lo Stato con lealtà e dedizione».

Il ricordo di Mario Cerciello Rega, per Rosa Maria Esilio, resta invece legato a quello di «un uomo con sogni semplici, come tanti servitori dello Stato che rispettano il giuramento di fedeltà e sacrificio, con qualcuno che li aspetta a casa e che progettano il futuro. Sentirsi abbandonati e sopraffatti non dovrebbe mai accadere a chi dedica la propria vita alla comunità».

La riduzione della pena ha lasciato un senso di sconfitta e amarezza anche tra i legali della famiglia Cerciello: «Rimane una minima soddisfazione morale», ha commentato l’avvocato Ferrandino, «se si pensa che inizialmente si partiva da una condanna all’ergastolo. Alla fine se la stanno cavando tutto sommato a buon mercato».

Nel suo lungo intervento, la vedova ha espresso un dolore che si è sedimentato negli anni: «Ho visto e sentito troppo, ho sopportato l’indicibile. Questo processo non ha restituito piena giustizia a Mario. Eppure, dentro di me arde ancora una piccola fiamma, forse è la speranza. Ringrazio chi ha lottato con integrità per la verità, chi è rimasto al nostro fianco, chi ha creduto che giustizia e memoria non fossero parole vuote».

Infine, il suo appello alla memoria collettiva: «Tutto sembra spingere verso l’oblio, ma io continuerò a rappresentare il baluardo della verità su Mario. Non permetterò che il suo nome venga dimenticato, né che la sua morte venga ridotta a una nota a piè di pagina».

La morte di Mario Cerciello Rega, avvenuta durante un controllo in borghese per un presunto tentativo di estorsione legato a una compravendita di droga, scosse profondamente l’opinione pubblica nel luglio 2019. L’episodio generò una forte ondata emotiva in tutto il Paese, diventando presto anche terreno di divisione politica e mediatica.

Con questa sentenza, si chiude uno dei capitoli più complessi e controversi della recente cronaca giudiziaria italiana. Ma la ferita, per molti, resta ancora aperta.

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