3 Ottobre 2026, sabato
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Dazi USA al 30%: il Made in Italy sotto attacco e l’Europa che fa la figura del salame

Mentre Trump impone dazi da guerra fredda, Bruxelles balbetta, Roma si gira dall’altra parte e Tajani fa tappezzeria. A pagare sarà chi produce, chi lavora, chi esporta e — ovviamente — chi mangia.

A cura di Daniele Cappa

Chi l’avrebbe mai detto che il nemico del Made in Italy non sarebbe stato il falso parmesan canadese o la mozzarella cinese, ma il nostro alleato storico, gli Stati Uniti d’America?

Con una mossa che ha il sapore di un ceffone a mano aperta, Washington si prepara a imporre dazi fino al 30% su centinaia di prodotti europei, molti dei quali — guarda caso — bandiere tricolori. Dalla meccanica all’agroalimentare, dalla moda all’arredamento. E noi? Noi lì, come sempre, a fare gli gnocchi.

Una mazzata per l’Italia, che ci lascia stesi al tappeto

L’Italia è la seconda economia manifatturiera d’Europa, ma il primo bersaglio inconsapevole di questa nuova stretta commerciale americana. Siamo piccoli, sì, ma esportiamo tanto. E spesso proprio negli USA: quasi 65 miliardi l’anno, perlopiù frutto di fatica artigiana, ingegno industriale, filiere agricole radicate nel territorio.

Ora, con l’introduzione dei dazi, questi prodotti costeranno il 30% in più per il consumatore americano. Tradotto: meno competitivi, meno venduti, meno prodotti. In certi casi, direttamente fuori mercato.

Il problema è che questa volta non ci salva nemmeno l’etichetta “Made in Italy”. Perché l’americano medio, davanti a un prosecco da 19/25 dollari o a uno spumante californiano da 11, sceglierà il secondo. Non perché è più buono, ma perché gli costa meno.

Governo Meloni: sovranismo muto quando serve lo scudo

In tutto questo, il Governo Meloni ha fallito in modo quasi commovente. Non un’iniziativa diplomatica autonoma, non una pressione su Bruxelles, non una strategia da Paese esportatore. La premier, in un raro atto di coerenza, ha mantenuto il suo stile: slogan a parte, zero contenuti concreti.

Mentre Trump alza muri e parla al suo elettorato con il megafono dell’America First, noi ci accontentiamo di qualche stretta di mano e rassicurazioni vaghe. Quando serviva uno scudo per difendere le nostre imprese, il governo sovranista ha scelto di farsi piccolo piccolo.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, avrebbe potuto sfruttare il suo profilo europeo e la sua esperienza diplomatica per creare una coalizione di Paesi colpiti e alzare la voce. Invece? Il nulla. Qualche dichiarazione formale, toni diplomatici da consolato e l’inconsistenza totale sul piano internazionale.

“Lavoriamo per il dialogo”, ha detto Tajani. Peccato che dall’altra parte ci sia un bulldozer che avanza e non un tavolo di negoziazione.

Von der Leyen e l’Europa: il Titanic dell’autocompiacimento

Ma se a Roma si dorme, a Bruxelles si sonnecchia con stile. Ursula von der Leyen, in campagna permanente per sé stessa, ha mostrato tutta l’impotenza della Commissione Europea: incapace di reagire con fermezza, incapace di negoziare, incapace perfino di indignarsi.

Mentre gli USA si chiudevano, l’UE si spalmava tra piani verdi ambiziosi, proclami etici e un silenzio imbarazzante sulle ritorsioni americane. Abbiamo fatto la figura del salame, e nemmeno stagionato: molle, affettato, in balìa del coltello altrui.

E pensare che ci sarebbe stato tutto il tempo per reagire, per mediare, per costruire un asse europeo forte. Invece, ognuno ha guardato al suo orticello elettorale, lasciando che Washington piantasse la sua bandiera su quelli che un tempo erano i nostri mercati.

Peggio ancora: nel tentativo di compiacere Berlino e Parigi, l’Italia si è ritrovata sola, sbeffeggiata anche dai “partner” europei che, nel frattempo, hanno trattato bilateralmente con gli USA, proteggendo i propri settori chiave e lasciando Roma con in mano il cerino acceso.

L’impatto? Una bomba a orologeria sulle filiere italiane

I settori colpiti sono il cuore pulsante del nostro export:

  • Agroalimentare: colpiti i formaggi DOP, i vini, i salumi, l’olio extravergine. Tutto ciò che rende l’Italia famosa… ora più caro e meno vendibile.
  • Moda e accessori: pelletteria, occhiali, gioielli. L’artigianato che vale, ora rischia di rimanere nei magazzini.
  • Meccanica e arredamento: distretti industriali interi (Veneto, Emilia, Marche) sotto minaccia diretta.

E a caduta, il lavoro. Quello vero. Quello in fabbrica, nei campi, nei laboratori artigiani. Con meno export, si taglia. E con meno produzione, si chiude.

Anche la tavola italiana non sarà più la stessa

Sembra paradossale, ma anche i consumatori italiani subiranno le conseguenze.

  • I prodotti invenduti all’estero torneranno nel mercato interno, abbassando i prezzi all’origine, ma non certo al supermercato.
  • Le aziende, per recuperare margini, aumenteranno i prezzi qui da noi.
  • Le filiere, se messe in crisi, taglieranno occupazione, ricerca, qualità.
  • E se Bruxelles decide di rispondere con dazi speculari? Rincari su soia, carne, mais, energia. Ovvero, sul costo di produzione del cibo stesso.

Morale: ci guadagnano gli americani, ci perdono le aziende italiane e noi ci ritroviamo a pagare il conto, con l’aggiunta dell’IVA.

Una strategia alternativa? Serve. E serve ora.

La verità è che serviva (e serve) una linea chiara e combattiva, capace di rispondere a un mondo che si sta chiudendo su sé stesso. Invece ci troviamo con un governo che strilla di patriottismo salvo poi tacere nei consessi internazionali, e un’Europa più preoccupata dei prossimi equilibri interni che dei colpi bassi d’oltreoceano.

Servono:

  • Contromisure intelligenti e rapide (non vendette improvvisate);
  • Fondi di compensazione per imprese e filiere danneggiate;
  • Una cabina di regia permanente tra governo e categorie produttive;
  • Un piano export alternativo verso Asia, Africa e Sudamerica;
  • E soprattutto, voce. Ferma. Forte. Competente.

Conclusione: il prezzo dell’inazione lo pagano sempre gli stessi

In fondo, non è la prima volta che l’Italia viene lasciata sola. Ma questa volta non è una questione solo economica. È una questione identitaria.

Perché se il Parmigiano finisce fuori mercato, se le scarpe di Montegranaro non viaggiano più, se la meccanica emiliana cede quote agli americani, non perdiamo solo PIL. Perdiamo cultura, saper fare, posti di lavoro veri.

E mentre a Roma si fanno selfie col G7 e a Bruxelles si spediscono newsletter in cinque lingue, l’Italia reale — quella che produce — resta in silenzio. Ma non per sempre.

Prima o poi, qualcuno il conto lo presenta. E non saranno solo i dazi.

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