Roma — Il caso Almasri continua ad agitare le acque della politica italiana. Dopo le rivelazioni riportate da alcune testate, secondo cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio avrebbe riferito informazioni non veritiere al Parlamento sull’arresto di Mohamed Almasri, è arrivato l’attacco durissimo di Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Partito Democratico.
“Apprendiamo da fonti di stampa che il ministro Nordio avrebbe detto il falso nel corso dell’informativa urgente al Parlamento”, si legge in una nota diffusa ieri. Secondo Serracchiani, il dicastero di via Arenula era a conoscenza dell’arresto del cittadino libico non nella giornata di lunedì 20 gennaio — come dichiarato ufficialmente — ma già dal pomeriggio della domenica precedente. Un elemento che, se confermato, cambierebbe radicalmente la lettura dei fatti.
“Il ministero avrebbe avuto tutto il tempo di regolarizzare l’avvenuto arresto”, prosegue la nota. Per Serracchiani, si tratterebbe non solo di una grave omissione, ma di un comportamento incompatibile con il ruolo istituzionale del Guardasigilli: “Un ministro che ha giurato sulla Costituzione e che avrebbe mentito in una informativa al Parlamento non può rimanere nel proprio ruolo un secondo di più. E neppure il suo staff, su cui emergono evidenti responsabilità. E ciò a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato.”
Il riferimento è al caso del cittadino libico Mohamed Almasri, accusato di crimini gravissimi tra cui violenze su minori, arrestato in Italia e poi rilasciato e riaccompagnato nel suo Paese con un volo di Stato. Una scelta, quella del rimpatrio, che per la dirigente dem non può essere derubricata a un errore tecnico o procedurale: “La decisione di liberare il criminale violentatore di bambini e di riaccompagnarlo in Libia addirittura con un volo di Stato è stata una scelta politica precisa — conclude Serracchiani — di cui si deve assumere la responsabilità la Presidente del Consiglio.”
Il Partito Democratico chiede ora chiarezza su ogni passaggio della vicenda e solleva un interrogativo politico più ampio sulla gestione dei dossier giudiziari da parte dell’esecutivo. Il governo, per ora, non ha replicato ufficialmente alle accuse.
